La constitutio textus, ossia la restituzione del testo storicamente concretatosi, costituisce il compito dell’ecdotica, come afferma programmaticamente nell’incipit della sua Critica textualis ordine geometrico demonstrata Paul Maas, filologo tedesco della prima metà del secolo scorso.

La centralità del frammento 23 Morel del secondo libro del Bellum Poenicum, edito da Mariotti nella forma

Blande et docte percontat, Aenea quo pacto Troiam urbem liquisset

(‘con parole dolci e accorte domanda in che modo Enea avesse lasciato la città di Troia’), nella storia critica del poema risulta riconducibile tanto all’attestazione del nome proprio di Enea quanto alle proposte di identificazione del soggetto del verbo percontat: alla tesi, avanzata per la prima volta da Giusto Lipsio, erudito cinquecentesco di origine fiamminga, di attribuire il frammento a Didone, replica infatti nel 1825 Spangenberg, che, nella sua edizione dei frammenti epici enniani e neviani, individua nell’autore della domanda il re Latino, sulla base della convinzione che gli Aeneadae fossero giunti in Italia alla fine del libro precedente.

Il frammento è riportato nella monumentale opera enciclopedica De compendiosa doctrina di Nonio Marcello, grammatico africano, forse di età costantiniana, sia al lemma liquerit del quarto libro (527 L.) sia al lemma perconta del settimo (760 L.). Nei codici utilizzati da Müller e Lindsay, tuttavia, il nome di Enea è conservato integralmente soltanto, per quanto riguarda la prima citazione, dal Bernensis 83 (B), risalente al decimo secolo, che presenta la forma aeneas, e, per la seconda, dalla sottofamiglia del Parisinus latinus 7665, del Montepessulanus e dell’Oxoniensis, che devono alla loro fons (DA) la lezione aeneam. I testimoni rimanenti, invece, riportano in genere, sub voce liquerit, la lectio aenas (enas) e, sub voce perconta, abbreviazioni, come l’aeň (aen) tradito dal codex optimus Lugdunensis Vossianus 73 (L) e da un ramo della terza famiglia ricostruita da Lindsay, e palesi corruzioni, come aeneidos (AA) e ennius (BA).

Nell’editio princeps del De compendiosa doctrina, basata sulla recensio di codici che, per usare un’espressione di Müller, «abbondano di straordinari difetti» e pubblicata a Roma nel 1470, l’umanista italiano Pomponio Leto stampa nel quarto libro il testo blande et docte per carenas quo pacto Troiam urbem liquerit, nella cui lezione per carenas, da intendere verosimilmente come forma equivalente di per carinas, Barchiesi individua l’unica congettura avanzata dall’editore per i frammenti neviani, e riporta nel settimo passivamente la lezione abbreviata dei codici en.

La difformità tra le due citazioni è mantenuta anche nella successiva edizione veneziana del 1476, curata dal tipografo francese Nicola Jenson, e in quella di Giovanni Battista Pio del 1500, contenente anche opere di Festo e Varrone: esse, infatti, stampano, nel quarto libro, rispettivamente per catenas quo pacto e per cathenas quo peracto e adottano, nel settimo, la lezione, tradita dal Gudianus, le cui ardite correzioni hanno ottenuto grande diffusione in altri testimoni in virtù del prestigio del codice, Ennius (percunctant. Ennius: quo pacto), che avrebbe, ai loro occhi, introdotto una nuova citazione.

Un netto progresso nella constitutio del primo verso può essere riconosciuto nell’intervento di Giusto Lipsio, il quale respinge decisamente, sulla base del confronto con l’altra citazione di Nonio, la lezione Ennius e suggerisce di correggere il testo in em, forma arcaica corrispondente al pronome eum. Il nome di Enea è, quindi, reintrodotto all’accusativo già dall’erudito fiammingo Ludovico Carrio, che antepone alla pur apprezzata congettura del Lipsio il veterum librorum indicium, e, successivamente, al nominativo, in omaggio al criterio della lectio difficilior, da Merula, che adotta, nella sua «fantasiosa ortografia» (Barchiesi), la forma Aineeas.

Se la lezione Aenea, proposta dal filologo tedesco Alfred Fleckeisen sulla base delle testimonianze di Quintiliano e del grammatico del quarto secolo Carisio, pur destando qualche perplessità per la coerenza con cui i testimoni noniani tramandano normalmente la sibilante finale, è stata generalmente accolta dagli editori contemporanei delle reliquiae neviane, differenti risultano le proposte di restituzione dell’ultimo verbo del frammento: sia il liquerit, attestato nei codici nella prima citazione, sia il liquisset, ricavato congetturalmente da Merula sulla base del reliquisset tradito nella seconda citazione, risultano, infatti, ugualmente ammissibili sul piano sintattico in dipendenza da un presente storico. Se la prima lectio è, per usare un’espressione di Leo, la sola «tramandata e attestata», essa appare, tuttavia, indebolita dalla citazione, immediatamente precedente e sotto il medesimo lemma, di un verso di Accio (tum si ibi de dolore hoc corpus anima liquerit), alla cui memoria può essere ricondotto l’errore commesso del copista.

Se su questa tesi, proposta per la prima volta da Baehrens, è stata successivamente innestata, da parte di Paratore, la constatazione della forte e immotivata variatio ritmica tra i primi cola dei due versi che comporterebbe la lezione tradita nella prima citazione, l’impiego qui puramente orientativo del criterio dell’utrum in alterum e la grande libertà della struttura del saturnio, che infirma la cogenza dell’argomento metrico, non consentono di assegnare alla congettura liquisset più di una preferenza dubitativa.


In copertina l’affresco Enea e Anchise in fuga da Troia in fiamme di Girolamo Genga.  Il tema dell’ordinamento dei frammenti del poema neviano è stato affrontato in un precedente articolo del nostro autore, che potete rileggere a questo link: http://www.chiasmo.loppure.it/la-struttura-del-bellum-poenicum/.

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