Il lavoro tradizionale di una banca è quello di fare intermediazione tra unità economiche con eccedenze di liquidità ed altre che invece ne sono in carenza. Una banca tipicamente fa raccolta di denaro tramite per esempio i certificati di deposito ed i conti correnti e poi li ripresta facendo mutui ad esempio a chi deve acquistare casa o alle imprese. Ebbene sì, se avete un conto corrente o un mutuo fate parte dello sporco sistema capitalistico, pentitevi! In altre parole il lavoro di una banca è quello di mettere in contatto chi ha troppi soldi e chi ne ha troppo pochi e di fare da vaso comunicante.

Facendo circolare le ricchezze la banca fa da moltiplicatore della base monetaria: per esempio il signor A deposita 100 euro in banca, che li presta all’impresa A, che li usa per pagare lo stipendio al signor B, che li deposita in banca, che li ripresta all’impresa B etc. In questo modo la moneta viene moltiplicata e così l’attività economica. Una banca si trova così a gestire una quantità di denaro non suo enorme, estremamente più grande di quello che è il suo proprio patrimonio, e che serve a soddisfare il fabbisogno di credito di un numero di imprese e famiglie molto grande. Nel caso un’impresa fallisca in genere le sue attività vengono liquidate per ripagare i suoi creditori: nel caso di una banca non è così facile. Liquidare le attività di una banca vorrebbe dire richiedere il pagamento immediato dei prestiti che aveva fatto, cioè i mutui per comprare casa e i prestiti alle imprese (che presumibilmente hanno investito quei denari e non ne hanno più disponibilità). Queste attività non sono affatto liquide e chiederne la solvenza in tempi brevi significherebbe fare a loro volta fallire vari creditori della banca. A questa considerazione va aggiunto che il mercato dei prestiti interbancari ha volumi notevoli, e ciò vuole dire che le banche sono solite prestarsi fra loro; far fallire una banca potrebbe quindi portare a fallimenti a catena di altre banche. Per questo motivo fare fallire una banca non è in genere reputata una soluzione brillante, ad esempio il fallimento di Lehman ha innescato la crisi del 2008 che ci sta condizionando ancor oggi.

Insomma le banche sono parecchio legate alla situazione dell’economia reale e viceversa. Un sistema bancario in buona salute può aumentare la base monetaria ed i prestiti in maniera efficace dando così sostegno all’attività economica; viceversa un buono stato dell’attività economica renderà più stabili le imprese e diminuirà le sofferenze delle banche rendendole più solide. Con sofferenze in questo caso non intendo i dolori e le grandi preoccupazioni morali tipiche, come tutti ben sanno, di chi fa banca (già…), ma un termine tecnico che indica i prestiti in cattive condizioni. Se tutti ripagassero i propri debiti, fare la banca sarebbe davvero facile: la fregatura è che vari prenditori di fondi non sono poi in grado di restituirli e questi prestiti si trasformano così in perdite per la banca. Un sistema economico depresso ed affetto da crescita bassa tenderà naturalmente a mettere in difficoltà le imprese facendo aumentare le sofferenze; questo a sua volta intaccherà il patrimonio delle banche rendendole più fragili e meno propense ad erogare credito, deprimendo così ulteriormente l’attività economica.

Come si può forse dedurre dalle considerazioni del paragrafo precedente, le banche sono un settore economico decisamente prociclico, ovvero che va molto bene quando l’economia va bene e viceversa va molto male quando l’economia va male. Questo non è un bene in nessuno dei due casi: per quanto riguarda l’andare male ciò è evidente, per quanto riguarda l’altro caso il fatto è che spesso molto bene significa troppo bene. Quando l’economia va bene infatti si tende a non pensare che prima o poi arriverà una crisi o un periodo meno fortunato e si tende a concedere credito anche a chi normalmente non se lo meriterebbe o a espandere in maniera faraonica le proprie attività oltre i limiti del buon senso. Per esempio alcune banche, nel periodo precedente la crisi si sono espanse all’estero (magari in Europa dell’est) oppure all’interno dell’Italia passando in breve da essere banche locali (magari in Toscana) ad essere enormi banche nazionali. Una volta arrivata la crisi si è scoperto che l’Europa dell’est non è l’El Dorado e che concedere prestiti a chi non li ripagherà implica che prima o poi non saranno ripagati. E ciò è divenuto un problema.

Criticare l’Italia è molto divertente ma una simile situazione si è in realtà verificata anche a livello dei principali Paesi sviluppati. Negli USA le banche si sono messe a fare prestiti praticamente a chiunque, impacchettandoli poi in titoli strutturati opachi (i mitici titoli tossici) e facendoli circolare nel modo più ampio possibile attraverso il mercato. Una volta scoppiata la bolla immobiliare però i titoli strutturati sono divenuti enormi fonti di perdite semplicemente perché i debitori finali hanno iniziato, come spiegato sopra, a non ripagare i loro debiti. E così Lehman è stata lasciata fallire.

Ora immagino molti lettori si chiederanno perché ho scritto “è stata lasciata fallire” e non semplicemente “è fallita”. Quando una banca dichiara di non farcela più e di essere in procinto di fallire è prassi comune salvarla a livello statale. Ciò può avvenire in vari modi, ma come dicevo prima lasciare fallire una banca ha conseguenze così devastanti e nefaste che storicamente gli Stati non hanno mai lasciato fallire le grosse banche della propria nazione e sono sempre intervenuti per salvarle: da ciò deriva la famosa espressione generalmente associata alle banche too big to fail (troppo grande per fallire). Invece nel caso di Lehman questa è stata lasciata fallire e ciò ha causato la crisi del 2008. In breve tempo negli USA si sono accorti che aver fatto fallire una banca non era stata una grande pensata e così lo Stato è massicciamente intervenuto per salvare le altre con un programma denominato TARP e che ha implicato un esborso da parte dello Stato americano di più di 400 miliardi di dollari. Davvero un sacco di soldi! Con questa operazione radicale gli USA hanno ripulito dai bilanci le sofferenze delle grandi banche americane e ciò ha permesso all’economia a stelle e strisce di riprendersi meglio e più rapidamente di quella italiana.

In Italia non sono stati fatti grandi salvataggi bancari. Molti si lamentano che in Italia le banche sono state salvate dallo Stato o che hanno ricevuto da questo grandi quantità di denaro, ma questa affermazione non è vera. Personalmente ho sentito citare a supporto il caso di Monte dei Paschi, il quale ha però solamente ottenuto un prestito dallo Stato italiano che poi è stato in grande parte e rapidamente ripagato ad un tasso di interesse molto remunerativo. Per quanto riguarda poi le quattro banche in difficoltà, Banca Etruria, Banca Marche, CR Ferrara e CariChieti, queste sono state salvate non dallo Stato bensì dal sistema bancario (molto chiaro il documento di Banca d’Italia al link che segue: https://www.bancaditalia.it/media/approfondimenti/2015/info-soluzione-crisi/index.html). Insomma in Italia le banche non sono state salvate dallo Stato e questo ha fatto sì che esse abbiano accumulato una grande quantità di crediti in sofferenza. I crediti in sofferenza in genere non emergono immediatamente poiché esistono varie tecniche per rimandarli nascondendoli nelle pieghe dei bilanci, che è più o meno ciò che è stato fatto in Italia. Mettendosi nei panni delle banche italiane non è poi nemmeno una grande colpa: inutile chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati, il danno ormai era già stato fatto e gridarlo ai quattro venti non solo non sarebbe servito a niente (tanto lo Stato non avrebbe avuto i denari per ricapitalizzarle) ma anzi avrebbe solamente inasprito la già grave crisi dello spread che ha portato al governo Monti. E quindi si sono tenuti i crediti in sofferenza.

Per questo motivo le analisi dell’FMI tristemente mostrano il cattivo stato delle sofferenze del sistema bancario italiano: le banche italiane sono fieramente proprietarie di ben 300 (http://www.reuters.com/article/imf-financial-loans-idUSW1N15P04D) dei 900 miliardi di sofferenze del sistema bancario europeo (http://bruegel.org/2015/12/non-performing-loans-in-italy-and-selected-european-countries/). Il problema è che le perdite che deriveranno dall’emergere di queste sofferenze si manifesteranno solamente nel tempo e le ultime vicende passate sulla cronaca sono probabilmente solo la punta di un iceberg sommerso ben più grande. Per affrontare il problema delle sofferenze era stato infatti creato il fondo Atlante, la cui dotazione di capitale è stata immediatamente consumata da sole due operazioni straordinarie di Banca Vicenza e Veneto Banca; buona l’idea, insufficienti se non a tamponare un paio di urgenze i mezzi.

Per concludere, come spiegato nel titolo il rapporto tra le banche ed il sistema economico passa crucialmente attraverso il nodo delle sofferenze. Le sofferenze intaccano il patrimonio e la solidità delle banche che a loro volta non svolgono più efficacemente il loro ruolo di supporto all’economia reale aggravando così il problema delle sofferenze. Difficile trovare una soluzione a questo circolo vizioso che non passi da decisi interventi statali, i quali però al momento non sono facilmente praticabili considerato il precario stato delle finanze non solo italiane ma della maggior parte degli stati europei. Che fare se non soffrire delle nostre sofferenze?

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