language-family-tree_croppedIl 26 settembre 1540, a Firenze, nell’Europa dei grandi commerci e delle grandi scoperte marittime, nasce un mercante che per tutta la vita si dedicherà con lo stesso impegno al commercio e agli studi umanistici e letterarî, Filippo Sassetti. Dopo vari anni passati tra l’Università di Pisa, il commercio e l’Accademia Fiorentina, Filippo decide di partire alla volta di Siviglia, Lisbona e Madrid, per soprintendere all’azienda commerciale dei Capponi. È in Portogallo che gli si presenta un’opportunità irrinunciabile non solo per la sua carriera ma anche per la sua indole curiosa di umanista: partire per l’India ad amministrare il traffico del pepe per conto di un mercante portoghese. È così che l’8 novembre 1583 Filippo Sassetti sbarca sulle coste del Malabar, a Goa, dove vivrà gli ultimi cinque anni della sua vita. In una delle sue numerose lettere dall’India, Sassetti scrive a Bernardo Davanzati:

Sono scritte le loro scienze tutte in una lingua, che dimandano Sanscruta, […] nella quale sono molti de’ nostri nomi e particularmente de’ numeri il 6, il 7, 8 e 9, Dio, serpe, et altri assai.

Il nostro mercante fiorentino, con queste parole, dimostra di aver percepito la somiglianza fra ṣaṣ e sei, sapta e sette, aṣṭa e otto, nava e nove, fra devaḥ e dio, fra sarpaḥ e serpe. Filippo Sassetti, dunque, anche se ad un livello meramente empirico, aveva percepito un legame fra due lingue, l’italiano (o, per meglio dire, il fiorentino del ‘500) e il sanscrito. Si potrebbe pensare che questo sia un legame puramente casuale: in fondo, stiamo parlando di due lingue parlate in zone geograficamente molto lontane.

Questa casualità viene messa in dubbio solo due secoli dopo le osservazioni di Filippo Sassetti: per la precisione il 2 febbraio 1786. In questa data, infatti, William Jones, giudice inglese della corte suprema del Bengala, tenne a Calcutta, in occasione dell’apertura del terzo anno di attività della Royal Asiatic Society del Bengala, una conferenza in cui avanzava l’ipotesi che latino, greco e sanscrito discendessero da un antenato comune. Si legge infatti in tale discorso:

La lingua sanscrita, quale che sia la sua antichità, è una lingua di struttura meravigliosa, più perfetta del greco, più copiosa del latino, e più squisitamente raffinata di ambedue, nonostante abbia con entrambe un’affinità più forte, sia nelle radici dei verbi sia nelle forme della grammatica, di quanto probabilmente non sarebbe potuto accadere per puro caso; così forte, infatti, che nessun filologo potrebbe indagarle tutt’e tre, senza credere che esse siano sorte da qualche fonte comune, la quale, forse, non esiste più.

È con queste parole che nasce la linguistica storica, disciplina che studia le lingue storico-naturali sull’asse della diacronia, nel loro mutamento nel corso del tempo. Nel discorso pronunciato da Jones, inoltre, si ipotizza che sanscrito, greco e latino risalgano ad un antenato comune: così Jones getta le basi per la successiva ricostruzione dell’indoeuropeo operata dagli studiosi successivi. Si arriverà, infatti, a delineare una vera e propria famiglia linguistica indoeuropea, che comprende molte lingue derivate da un antenato comune non attestato ma ricostruito dai linguisti, ovvero il proto-indoeuropeo. Fra i vari studiosi successivi è doveroso citare il contributo del pensatore romantico Friedrich von Schlegel, che per sostenere le sue ipotesi linguistiche introdusse il metodo della vergleichende Grammatik, la grammatica comparata, e di Franz Bopp: costui fu consacrato come vero e proprio fondatore dell’indoeuropeistica dalla sua opera del 1816, in cui venivano messi meticolosamente a confronto i sistemi morfologici di sanscrito, greco, persiano e lingue germaniche.

Più tardi, nel 1861, venne pubblicata un’altra opera molto importante per lo sviluppo metodologico della linguistica storica, il Compendio di grammatica comparata delle lingue indoeuropee di August Schleicher, botanico e ammiratore delle teorie di Charles Darwin, prima ancora che linguista: a lui, infatti, dobbiamo la Stammbaumtheorie, la teoria dell’albero genealogico. Questa teoria ipotizza che si possa ricostruire una lingua originaria da cui hanno avuto origine greco, latino, sanscrito e le altre lingue indoeuropee. La diversificazione di queste lingue rispetto al proprio antenato comune viene dunque rappresentata secondo un modello in tutto simile a quello in uso per descrivere e classificare le famiglie, le specie e le sottospecie del mondo animale, mediante successive ramificazioni. Se si segue questa teoria è dunque possibile parlare delle lingue secondo criteri genealogici, classificandole, a seconda del punto di vista, in lingue “madri”, lingue “figlie” e lingue “sorelle”. Un esempio immediato nel ramo romanzo della famiglia indoeuropea: l’italiano è lingua “figlia” del latino, che è a sua volta lingua “madre” del francese, che è dunque una lingua “sorella” rispetto alla nostra. Queste classificazioni genealogiche devono basarsi su corrispondenze sistematiche e concordanze morfologiche fra lingua e lingua, in modo da stabilire equivalenze fra morfemi sia dal punto di vista del significante che del significato.

Tra le lingue, tuttavia, esistono ovviamente anche altri tipi di legami, oltre a quello genealogico. In linguistica si parla solitamente di “lingue storico-naturali” proprio perché esse non sono entità fuori dal tempo ma cambiano col cambiare delle condizioni storiche e della cultura delle persone che le parlano: per questo motivo due lingue possono essere legate anche da fenomeni di contatto linguistico. Un esempio lampante, a questo proposito, è il caso dell’inglese, una lingua germanica che ha accolto nel suo vocabolario, a partire dalla conquista normanna del 1066, una gran quantità di termini romanzi per influenza del francese. Oggi, invece, la situazione può dirsi ribaltata, a causa dei mutati rapporti di potere: l’inglese ha smesso di prendere a prestito termini provenienti da lingue romanze e sta invece influenzando sempre di più il lessico di queste ultime. Quando questi fenomeni di contatto avvengono fra varie lingue parlate in una stessa zona e influenzano anche strati profondi della lingua come sintassi e morfologia (il lessico, si sa, è instabile e può essere influenzato da mode e cambiamenti estemporanei) si può parlare di aree linguistiche. Un’area linguistica (o Sprachbund) è caratterizzata da vari tratti linguistici condivisi da lingue diverse (ovvero non appartenenti alla stessa famiglia linguistica o allo stesso ramo) parlate in un’area geografica contigua. A questi presupposti, che non garantiscono di per sé l’esistenza di un’area linguistica, va aggiunta un’altra condizione: non si può ipotizzare l’esistenza di un’area linguistica dove non vi siano popoli che hanno vissuto insieme a lungo ed intensamente, fino a creare un’area culturale e storica significativa. Conoscere la storia dei contatti fra i popoli che parlavano certe lingue è fondamentale, ma anche rapporti intensi e prolungati fra popoli non definiscono con assoluta certezza la presenza di un’area linguistica. Per esempio, i linguisti si sono pronunciati in modo abbastanza deciso in merito all’esistenza dell’area linguistica balcanica e a quella cosiddetta “di Carlo Magno” (dato che corrisponde pressappoco all’estensione del suo Sacro Romano Impero), ma non sono stati in grado di dimostrare l’esistenza di un numero sufficiente di tratti condivisi fra le lingue del mediterraneo e fra quelle del baltico, nonostante i prolungati rapporti storico-culturali fra le genti che le parlavano.

I legami fra le lingue, dunque, non sono di un solo tipo e possono in ogni momento mescolarsi fra loro. I modelli che ho presentato sono soltanto due degli approcci che si possono sperimentare nell’indagare le lingue e i loro reciproci rapporti: non ho trattato, ad esempio, i metodi della tipologia linguistica, che pure danno un contributo fondamentale alla comprensione del funzionamento delle lingue. Penso, però, che i due modelli presentati, la classificazione genealogica e quella areale delle lingue, siano esemplificativi delle due caratteristiche da tenere sempre presenti quando si studiano fenomeni linguistici: da un lato il loro cambiamento “naturale”, che segue precise linee genealogiche, e dall’altro il cambiamento “storico”, determinato, invece, dai rapporti di scambio, scontro o dominazione fra popoli e persone nel corso della storia.


Fonte dell’immagine di copertina: Minna Sundberg.

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