Screen Shot 2017-03-30 at 23.10.00.pngPer me Natale è la festa della sensazione. Cammino, quasi danzo, incurante del freddo pungente, tra i vicoli verniciati dall’odore dolce delle bancarelle imbandite, mentre musiche contrastanti rotolano e si scontrano attraverso le brecce lasciate dal vociare festoso della folla schiumante, e il bianco silenzio della luna fa capolino fra i balconi solcati da lucine squillanti. I diversi canali sensoriali attraverso i quali acquisisco informazione (vista, udito, olfatto, gusto e tatto) sono pieni di dati che vengono integrati in me a formare la percezione della prorompente vitalità che mi circonda. Tali canali rimangono in me ben separati, e perciò vedo immagini e odo suoni anche se posso descriverli a voi come uniti attraverso la figura retorica della sinestesia (dal greco “unione dei sensi”). In alcune persone, invece, l’accensione di un’area sensoriale ne attiva inevitabilmente un’altra: una voce si realizza in lingue di fiamma, e una sensazione tattile è imbevuta di un certo sapore. Per queste persone la sinestesia non è solo una figura retorica, ma la manifestazione ineluttabile del mondo.

I racconti dei sinesteti sono pieni di visioni di suoni e odori di colori, di sapori di forme e superfici di sapori. Non è perciò strano che i membri della comunità medica e scientifica si siano sempre sentiti disorientati davanti a questa condizione. La percezione del mondo propria di una persona non è quello che in gergo medico è definito “segno”, ovvero qualcosa da studiare oggettivamente come la temperatura nella febbre. È invece un “sintomo”, ovvero il contenuto di un racconto soggettivo del paziente di cui il medico si deve fidare, come per esempio il mal di pancia. Per questo i sinesteti sono stati a lungo additati come pazzi visionari, drogati o individui egocentrici in cerca di attenzioni, e per riabilitarli è stato necessario individuare un modo per studiare quantitativamente le loro sensazioni (oggi l’Imaging di Risonanza Magnetica funzionale rivela effettivamente l’attivazione in sequenza di due aree sensoriali). La sinestesia può presentarsi in diverse forme (suono —> sapore, odore —> colore), e per il 50% dei casi più forme sono copresenti (polimodalità).È importante rimarcare che le associazioni sono differenti per diversi individui: la parola “piano” può avere il sapore di parmigiano per un sinesteta e di grano per un altro.

Gli studi più recenti affermano che una persona su venti è sinestetica. Ma come può una condizione così diffusa essere al tempo stesso così sconosciuta? Certo, se dici alla tata che non hai intenzione di mangiare la sua zuppa in quanto ci galleggiano triangoli rossi uno scapaccione lo rischi di prendere, e se insisti col tuo compagno di banco che ha sbagliato a vestirsi di blu in quanto oggi è giovedì e giovedì è giallo è probabile che la vostra relazione ne risenta: alcuni sinesteti tendono quindi a nascondere la propria diversità. Ma soprattutto non è scontata l’intuizione che gli altri possano percepire il mondo in maniera diversa dalla nostra. Molto spesso i sinesteti arrivano in età adulta senza neanche aver mai sospettato della loro condizione. La violinista e neuroscienziata K Hova ha scoperto solo a 20 anni che vedere luci colorate accompagnare un pianoforte non è il più comune modo di esperire la musica.

colori-1

Una delle forme più comuni è la sinestesia grafema —> colore, descritta da Rimbaud nella sua poesia Voyelles, in cui ogni lettera e ogni cifra sono percepiti, indipendentemente dal colore che hanno sulla carta, come tinti da un certo pigmento. Sebbene sia unico il senso coinvolto (la vista), parole e colori sono elaborati in aree diverse della corteccia cerebrale. Una forma simile e altrettanto frequente è quella per cui sono i giorni e i mesi ad essere colorati. Richard Feynman, Nobel per la fisica nel 1965, ha scritto:

Quando vedo equazioni, io vedo le lettere in determinati colori. Non so perché […] (vedo) j ocra, n blu-violette e x marroni scure che svolazzano in giro.

Questa condizione può portare con sé una buona memoria e uno spiccato senso artistico. Per un sinesteta la “k” può essere verde e la “c” blu, e in questo modo gli sarà più facile ricordare che la sua lontana parente ha nome Katia e non Catia. Il neuropsicologo russo A. R Luria in The mind of a mnemonist racconta il caso del giornalista Solomon Shereshevsky, in grado di imparare in maniera permanente lunghe sequenze di grafemi o oggetti grazie a una sinestesia pentamodale:

udii la campana suonareun piccolo oggetto rotondo rotolò davanti ai miei occhi.. le mie dita percepirono una superficie rozza come quella di una cordaesperii il sapore di acqua salatae qualcosa di bianco 

Due esponenti del mondo dell’arte la cui sinestesia è documentata sono Oliver Messiaen, un compositore francese con forma bidirezionale suono <—> colore che tradusse questa sua condizione in musica, e Marcia Smilack, una fotografa con sinestesia polimodale comprendente la forma immagine —> suono, che cerca di cogliere i suoni nei riflessi dell’acqua. È invece più probabile che Kandinsky non fosse un vero sinesteta, ma il suo interesse nel legame fra forma, colore, suono e significato spirituale si tradusse nella serie delle Composizioni, con riferimento ai componimenti musicali.

La sinestesia può anche rendere difficile lo sviluppo di alcune mansioni. Un’associazione incongrua può infastidire, e talvolta una sinestesia molto forte può ridurre l’attenzione o recare confusione. Lidell Simpson è un sinesteta che, sebbene sordo, non ha “mai conosciuto un giorno di silenzio in tutta la sua vita”: Lidell ode le superfici, i colori, il movimento, le emozioni…La caoticità del mondo esterno può essere letteralmente assordante per lui.

Ma come possono queste persone vedere il mondo in maniera così diversa? Per capirlo spostiamo la nostra attenzione sul cervello, una grande rete di neuroni in cui possiamo individuare moduli specializzati a determinate funzioni: esiste un’area per il riconoscimento della forma dei grafemi (Visual Word Form Area), una per il riconoscimento del concetto racchiuso in essi (corteccia Temporale AnteroInferiore) e una per la visione dei colori (V4)… Una volta si riteneva esistesse una gerarchia per cui flussi di informazioni sensoriali differenti si muoverebbero dagli organi di ricezione (p.e. l’occhio) attraverso aree a sempre maggiore integrazione fino a un’area in cui tutte le informazioni sono composte fra loro (una sorta di mente al centro del cervello, di cartesiana memoria). Oggi si sa che c’è una forte interazione bidirezionale fra le aree sensoriali primarie, e che per esempio parte dell’informazione visiva è elaborata nella corteccia uditiva.

Questa integrazione globale e a diversi livelli, per cui la mente non si realizza in un modulo ma nel pattern di attivazione della totalità della rete, si forma e si modella durante il processo di apprendimento, tanto che potremmo definire tutti i bambini sinesteti. Se impariamo la lettera “n” su un magnete del frigo di colore rosso si forma nel nostro cervello un’associazione che normalmente viene persa al leggere “n” di altri colori; l’associazione del grafema col rispettivo fonema si stabilizza invece per tutta la vita, per cui ogni volta che leggiamo “n” pensiamo alla sua pronuncia. Altri tipi di associazione oltre a quella prettamente empirica sono la fonetica (la parola “piano” può sapere di parmigiano) e la semantica (il giallo limone odora di limone). Tali legami fra sensi, presenti in tutti noi ma normalmente nascosti, sarebbero il motivo per cui è più facile capire un discorso se vediamo le labbra di chi sta parlando e, più speculativamente, ci eviterebbero l’imbarazzo nel sentire parlare di colori caldi e odore amaro. La stabilizzazione che avviene nei sinesteti può avere cause in parte ereditarie e in parte no: se una persona mantiene una benda per oltre 24 ore la sua corteccia visiva non riceve più informazioni dall’occhio, e le fibre in arrivo dall’area uditiva possono prendere il sopravvento e attivare i circuiti visivi con informazioni uditive. Una disinibizione simile avverrebbe anche all’assunzione di LSD, a generare le caratteristiche allucinazioni. A seconda delle aree collegate abbiamo forme di sinestesia diversa. Nella sinestesia grafema —> colore solo raramente si ha un legame diretto fra l’immagine che vediamo (VWFA) e il colore che associamo ad essa (V4): più spesso VWFA proietta su TAI (area che riconosce dall’immagine la lettera), e solo questa si collega con V4. Per questo una “n” è di un certo colore indipendentemente dal font: quello che conta è che il simbolo sia riconosciuto come n.

Distinguiamo infine sinesteti associatori, in cui l’induttore attiva un’area cognitiva (la “n” induce prepotentemente il pensiero del colore), e proiettori, in cui si accende un’area sensoriale primaria (il colore è effettivamente visto, proiettato fuori dalla mente dell’individuo).

Concludendo, il tentativo di comprendere le percezioni dei sinesteti ci porta a riconoscere che il mondo che viviamo è immancabilmente informato dal nostro corpo e dai nostri circuiti cerebrali. Se, data la festività in corso, volete trarre un insegnamento morale da tutto ciò, vi posso lasciare con questo: quando vi sentite infastiditi perché gli altri non vedono o non capiscono una cosa ovvia per voi siate tolleranti. Il fatto che ognuno di noi possa interagire col mondo con prestazioni comparabili non vuol dire che esperiamo la realtà nello stesso modo.


Foto di copertina di Marcia Smilack; un riflesso che ha scatenato in lei la sensazione di un telefono che suona.

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