All’interno dell’economia e della politica storicamente esiste una divisione netta riguardo a come viene intesa la funzione dello Stato: da una parte di questa ingombrante barriera si trovano i fautori del libero mercato e dall’altro quelli dell’intervento statale. Comunemente denominati gli uni di destra e gli altri di sinistra, questi schieramenti hanno dominato gli anni del dopoguerra fino quasi ad oggi. Ultimamente si affermano sempre più invece i populismi, caratterizzati da una retorica molto propagandistica e costruita “in negativo”: negli anni difficili è infatti molto più conveniente cavalcare lo scontento e scagliarsi contro qualcosa o qualcuno piuttosto che costruire un programma economico e politico in positivo. Questo articolo si propone di inquadrare brevemente l’antico (e ormai superato?) problema del conflitto fra destra e sinistra e di spiegare come il programma del presidente Trump si ponga all’interno, o per meglio dire all’esterno, di esso.

È facile in primo luogo analizzare gli aspetti positivi del libero mercato. Le teorie economiche liberiste affermano fin dai tempi di Adam Smith (1723 – 1790) la capacità del mercato di autoregolarsi in modo ottimale: se lasciato libero di agire, il mercato riuscirà ad allocare le risorse nel migliore dei modi possibili come se una sorta di (per noi economisti mitica!) mano invisibile lo dirigesse. La teoria della mano invisibile è stata recepita da un punto di vista formale dalla cosiddetta teoria della concorrenza perfetta: nel caso i mercati siano lasciati completamente liberi di agire, le aziende competeranno in modo agguerrito tra loro per aggiudicarsi quote di mercato, abbassando sempre più il prezzo fino a portarlo al minimo possibile, ovvero al costo di produzione. È dimostrabile che in questo modo il benessere della società è massimo poiché ogni consumatore ha la possibilità di consumare al prezzo più conveniente possibile la sua quantità preferita di beni e servizi.

Purtroppo non sempre è così semplice: la teoria della concorrenza perfetta fallisce in vari contesti. Tra questi vi sono quello dei monopoli naturali (come si fa ad avere due operatori ferroviari e concorrenza quando la ferrovia è una?), delle esternalità (fumare in un vagone è piacevole per chi fuma ma crea disagio per tutti gli altri; similmente l’inquinamento prodotto dalle grandi aziende non rientra nella loro funzione di utilità), o dei beni pubblici (chi si prende la briga di produrre beni che benificano tutta la collettività, come per esempio le strade?). Il dibattito riguardo il libero mercato o l’interventismo statale si configura quindi spesso come una miscellanea: nessuno studioso serio arriverebbe a sostenere la completa deregolamentazione oppure la completa regolamentazione statale; è tuttavia molto rilevante ed interessante dibattere su quali siano le più artistiche e desiderabili sfumature di grigio.

L’argomento del dibattere può essere ulteriormente complicato in vari modi contestualizzandolo a seconda della situazione economica, storica e politica del Paese. Molti sostengono che nei Paesi in via di sviluppo il processo di iniziale accumulo di capitale dovrebbe essere sostenuto dallo Stato per renderlo più rapido ed evitare forme di colonialismo economico da parte dei Paesi sviluppati; raggiunto un ragionevole sviluppo sarebbe invece preferibile adottare assetti di libero mercato. Si può poi ragionare per settori argomentando che ad esempio le banche, considerata la loro rilevanza ed i notevoli azzardo morale e rischio sistemico cui sono sottoposte, devono essere maggiormente regolamentate: è difatti vietato in Italia intraprendere un’attività bancaria senza una specifica autorizzazione dell’autorità di vigilanza. Insomma nel corso degli anni si è sempre più notato come posizioni ideologiche a priori siano spesso fuorvianti e sia invece preferibile affrontare il dibattito sui massimi sistemi in modo più concreto calandolo nelle specifiche situazioni.

Questa ondata di smantellamento delle ideologie sta venendo cavalcata dai cosiddetti populismi. Come accennato in apertura, in un periodo economico di difficoltà è più semplice sfruttare lo scontento sottolineando il fallimento delle ideologie e dei sistemi fin qui sviluppati rispetto ad indicare una via alternativa fattibile. Ciò porta a delineare una serie di posizioni non inquadrabili in un sistema di destra o di sinistra, ma descrivibili semplicemente come contro l’uno o l’altro.

E qui mi gioco la carta Trump. Si può dire che Trump sia a favore dell’intervento dello Stato? Certamente no, è un repubblicano ed è contro l’eccessiva tassazione: infatti il suo programma prevede una forte defiscalizzazione e la deregolamentazione di vari settori come per esempio quello finanziario. Si può dire che Trump è a favore del libero mercato? Nemmeno. Il suo programma prevede infatti un aumento della spesa pubblica e quindi dell’intervento dello Stato nell’economia e la restrizione degli scambi internazionali (in particolare contro il Messico e la Cina) in modo protezionistico ed inconciliabile con la mitica mano invisibile di Adam Smith. Nei dibattiti infatti la posizione di Trump risulta sempre molto forte e radicale poiché è contro tutto.

Cosa piace effettivamente a Trump? Spendere di meno ma di più, abbassare le tasse ma aumentare la spesa pubblica. Da un lato, come dicevo prima, ciò può avere senso perché spesso la realtà economica è complessa e richiede di uscire dagli schemi e dalle barriere tipiche del dibattito liberismo-statalismo. È plausibile che certi settori richiedano più regolamentazione ed altri meno, che certi partner commerciali meritino più fiducia di altri, che in alcuni casi lo Stato intervenga a sostegno dell’economia ed invece in altre occasioni si ritiri tagliando le tasse. Talvolta viene però il sospetto che in pratica Trump possa fare poco di quello che ha detto e che in realtà il suo fosse solo uno spettacolo elettorale, come in parte la moderatezza del suo discorso immediatamente successivo alle elezioni ha suggerito. Anche Syriza infatti, dopo dure trattative e dopo essere arrivata al razionamento dei prelievi dalle banche danneggiando ulteriormente la già prostrata economia greca, ha accettato le proposte dei tanto vituperati creditori della troika. Il dissenso è fisiologico in un sistema non totalitario e può portare benefici grazie alla proposizione di visioni alternative e non convenzionali. Al contrario può risultare una posizione deleteria nel caso si riveli uno stratagemma per raccogliere facili consensi, basato sull’adottare una posizione sempre ed a prescindere contraria.

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