Frontiers are my prisons. Leonard Cohen inserì questo meraviglioso verso a coronamento di una sua celebre canzone – The partisan – nel 1969. Sono solo, sono solo ma devo andare, devo partire: questo il succo della questione, questo il riassunto della poesia – a patto che un riassunto di una poesia si possa mai tracciare. Con grande sapienza critica uno studioso tondelliano, Luigi Levrini, ha voluto citare questa frase – lapidaria e definitiva – come esergo alle conclusioni della sua opera, Il tramando emiliano nell’opera di Tondelli. Cerchiamo di dare alcune coordinate alla questione.

Stabilire un confine geografico, barriere più o meno annesse, all’opera di Pier Vittorio Tondelli, narratore e intellettuale nato nel 1955 e scomparso nel 1991, sarebbe opera di pura perversione classificatoria. Basti come ammonimento l’invito ad aprire, guidati da casualità digitale, una pagina di Un weekend postmoderno (1990), di Camere separate (1989) o di Altri libertini (1980). Con ogni probabilità, l’astante letterario – il lettore, insomma, che voglia cimentarsi in questo aleatorio tiro al bersaglio tra le pagine – si troverebbe di fronte ad una costellazione di luoghi, ambienti e paesaggi citati assolutamente impossibile da mettere a sistema: i personaggi (o gli argomenti dei saggi man mano enumerati) passeggerebbero tra Reggio Emilia (“questo merdaio che è Rèz”, così simpaticamente definito in Altri libertini), Kreuzberg (scandagliato con isherwoodiana dovizia di particolari) e la più inaspettata delle periferie europee (l’Udine punk degli anni ’80? Quale spiaggia, esattamente, delle Baleari?).

Servirebbe allora l’occhio del lettore (e non più del critico appassionato di cartografia) per comprendere che, a fronte dell’impossibilità nel riscontrare i confini di un’opera che, per sue premesse e necessità (“forza, è ora di partire”: così si conclude l’ultimo libro di Pier Vittorio Tondelli), si propone e prepone l’obiettivo di superare barriere e dogane provinciali, forse un solo confine è possibile delineare: quello della casa. Del luogo asfissiante da cui si parte per poi ritornare a respirare. Sempre descritto in contesti nuovi con nuove parole.

I confini della “provincia” saranno, come si anticipava, punto di andata e di ritorno per lo scrittore correggese (calato di volta in volta in un alter ego diverso lungo tutta la sua, pur breve, stagione letteraria). Essi risultano ben chiari e definiti, nella loro prima e provvisoria redazione, sin dal colossale manoscritto che il giovane Tondelli consegnò – dopo reiterati corteggiamenti – alle cure di Aldo Tagliaferri, redattore editoriale e scafato critico in forza alla casa editrice Feltrinelli. I sei racconti, linguisticamente elaborati sino allo sfinimento, cesellati e riscritti “in modo che ciascuno di essi, pur costituendo una unità a sé, confluisse in un romanzo sostanzialmente unitario”, parlano di provincia. Ma in particolare di come scappare e, in fondo, di come non riuscirci mai.

La narrativa di Pier Vittorio Tondelli tende di rado all’astrazione, se escludiamo alcuni stralci meditativi di Camere separate. La provincia e i suoi confini consistono in simboli ben precisi, in definite e materiche proiezioni nel reale. La provincia tondelliana è, dall’inizio alla fine, materia, terra e asfalto insieme su cui si incastonano le parole del racconto. Altri libertini è narrazione per immagini della vita di provincia e delle sue manie. Galoppando su una lingua esuberante, ascoltata “dal vivo” e riscritta su carta, Tondelli riesce a dare vita ai luoghi e alle voci più disparate della pianura emiliana, delle “notti agitate per riempire la vita”, dei confini da superare.

Agosto trascorre lento, solo, la notte a girare per la campagna a contare i pioppi sugli argini e bere.

L’unica via alla salvezza risulta quella di superare l’argine e partire. Dopo l’avvio spento e statico del primo racconto, Postoristoro, storia di “trip e di amori buchi”, di evasione disperata e conclusa in un vagone di un treno immobile in stazione, la fuga comincia con il più celebre, teatrale e frenetico degli incipit della letteratura novecentesca:

Notte raminga e fuggitiva lancia veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro, notte solitaria e vagabonda a pensierare in auto lungo la prateria…

E continua il peregrinare nella pianura e fuori dalla pianura, “all’avventura”. La generazione che ha visto fallire le aspirazioni politiche artistiche e intellettuali del ’77 bolognese (ben descritte da un amico di Tondelli, Enrico Palandri, nel suo Boccalone) è in qualche modo coatta alla partenza: tenta di superare le barriere della provincia. Invano. Emerge infatti plasticamente come il “provincialismo” (capo d’accusa su cui non solo Tondelli ha molto subito e giocato: basti pensare soltanto a qualche verso gucciniano) sia in primo luogo forma mentis. Proverbio antico e forse inopportuno da citare quello dell’animus che deve mutare (anzi: che devi!) a sostituzione del caelum, ma ancora, lo si comprende, tanto attuale.

La situazione si dilata e diviene più complessa in Pao Pao (1982). La coazione di cui si diceva sopra assume nome, cognome e connotati: obbligo di leva. Non troppo subìta, invero, dal nostro personaggio: la “sublime tautologia che ha reso però l’entrata nell’esercito d’Italia nient’affatto violenta, ma una sorta di penetrazione soffusa e assonnata” si trasforma (con un inaspettato espediente stilistico: la mimesi dei vari dialetti che il personaggio incontra in caserma) in una pluralizzazione delle barriere provinciali. “Provincia” diventa “province”, i confini campanilistici si annullano e si amalgamano irrimediabilmente all’interno della caserma (un unico e magmatico campanile), creando una vera e propria babele linguistica e culturale

un casino poliglotta, una sarabanda del dialetto e del falsetto, tutta una kermesse nazional-popolare da dare i brividi. Io guardo al di là della finestra sbarrata

dando casa a quella generazione “dello svacco” (così Tondelli rispondendo ad alcune critiche) e preparandola ad uscirne.

Uscirne, appunto, entrando in Europa. Ma ridurre ad un mero superamento di barriere e schemi mentali l’approfondimento narrativo tondelliano sulla provincia e sui suoi confini sarebbe del tutto riduttivo. Basta, in tal senso, dare una scorsa al romanzo maturo e conclusivo – di sintesi, piace pensare: Camere separate. Compiuta una lettura cursoria della variopinta rete di luoghi attraversati da Leo (nel presente e nel ricordo dell’infanzia e della relazione con Thomas), emerge, prominente, il ruolo del “piccolo borgo”, Correggio. Non solo come luogo della partenza – che non viene affatto negata – ma anche e soprattutto come luogo del ritorno.

Alla provincia, alle sue barriere e al tempo della fuga si sostituisce, gradualmente, il tempo del ritorno. Tempo che si materializza in elementi ben precisi e definiti: luoghi, paesaggi, gradazioni di colori, odori. Se in Un racconto sul vino (1988) a prevalere sono gli odori della pianura autunnale che fanno sentire a casa e alcune peculiari pratiche vinicole che fanno sentire in famiglia, in Camere separate prende il sopravvento uno “sguardo affettivo dotato di memoria, temprato dalla lontananza e dalla separazione”. Nonostante tutti i viaggi, le partenze e gli abbandoni, ci dice Tondelli, tutta la mia vita si giocherà “da qui a là”, sullo stradone tra i pioppi che squarcia la pianura, vira e porta al cimitero. L’immaginaria (o meglio, mentale) barriera superata in giovinezza diventa, con una geometrica circolarità, linea e misura del tempo del ritorno.

Altro discorso si potrebbe aprire sull’approccio “sociologico” che il Tondelli giornalista scelse per dedicarsi alla società italiana degli anni ’80 nel “grande romanzo” su quel decennio, Un weekend postmoderno.

Questo piccolo contributo vuole essere la traccia sbiadita, data per cenni, di un itinerario che, pur nella sua apparente linearità, non merita di esser dimenticato. Attraverso la storia di un “pensierare” che da agitato si fa lentamente disteso, che dall’accecamento passa al riconoscimento dei luoghi e delle persone che li abitano, dall’abbaglio dell’orizzonte indeterminato riscopre l’argine, il limite e la frontiera: superati e riaccolti. Ma soprattutto, un omaggio al racconto di un uomo che è stato capace, oltre che di vivere questa storia, di trovare indelebili parole per poterla raccontare.


In copertina una foto di Luigi Ghirri.

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