Chiedo in primo luogo venia per gli spoiler che seguiranno. Cercherò infatti di presentare due possibili chiavi di lettura che gettino luce sul Processo di Franz Kafka e per far ciò, ahimè, non credo di potermi esimere dal rivelare, se anche non in dettaglio, la trama del romanzo. A mia discolpa dirò che sarebbe senz’altro singolare leggere una qualsiasi opera di Kafka per “sapere cosa succede o come va a finire”. Tutti sappiamo dell’orribile fine del commesso viaggiatore Gregor Samsa che un giorno si trovò mutato in uno scarafaggio gigante, tuttavia questo non mi sembra un buon motivo da addurre per non leggere il romanzo, meglio dire senza giri di parole che troviamo Kafka noioso e incomprensibile. In effetti, un romanzo come il Processo non è di facile interpretazione: lo sventurato protagonista, Joseph K., viene una mattina svegliato da due personaggi, probabilmente due guardie, che gli comunicano che è in stato di arresto, cosa che però paradossalmente non gli impedisce di recarsi al lavoro e di continuare a muoversi liberamente. Lo svolgimento del romanzo si incentra poi sul tentativo di K. di gettar luce sulla propria situazione. Di che cosa lo si accusa? Chi lo accusa? Come fare per tirarsi fuori d’impiccio? Inutile dire che a nessuna di queste domande né K. né il lettore troveranno una risposta diretta. Le accuse a K. rimarranno un mistero e al nostro, come del resto a molti altri personaggi kafkiani, non sarà concesso un lieto fine.

Per più di duecento pagine K. gira come una trottola e si insinua in una serie di ambienti diversi, come il tribunale e diverse abitazioni private, ad esempio la casa di un avvocato e la casa di Titorelli, il pittore del tribunale (ovvero colui che si occupa di ritrarre i vari giudici ed avvocati, carica apparentemente ereditaria). L’ultimo luogo visitato da K., e probabilmente il più importante, è addirittura il duomo. Le peregrinazioni di K. sono finalizzate a comprendere la propria situazione e ad assicurarsi l’aiuto di diversi personaggi che, in virtù della loro più o meno forte connessione con l’ambito del tribunale, potrebbero rivelarsi alleati preziosi.

Un primo dettaglio notevole in tutto ciò è la presenza, l’onnipresenza delle scale. Il tribunale è situato, contro ogni comune esperienza, ai piani alti di un edificio abitato per il resto da famiglie poco abbienti. K. si perde nei meandri dell’edificio ed è costretto a chiedere più volte indicazioni. Quello che dovrebbe essere l’ingresso si converte, nei giorni in cui non ci sono udienze, in un’abitazione privata. All’interno il tribunale è un dedalo disposto ancora una volta su diversi piani. Inoltre, il protagonista è costretto a salire innumerevoli scale anche per raggiungere la squallida stanzetta del pittore Titorelli. K. fa quindi in definitiva due cose: sale le scale e si insinua in una serie di luoghi in qualche modo collegati al tribunale e all’ambito della legge. Una tale geografia, labirintica e verticalmente organizzata, potrebbe lasciar spazio a quella che forse è la chiave interpretativa più comune delle opere kafkiane: come Samsa, anche K. è un uomo schiacciato da un sistema impersonale ed organizzato in modo fortemente gerarchico, punto suggerito non solo dalla presenza delle scale e dall’atto di salire, ma anche – cosa più significativa – dalle affermazioni dei personaggi: tutti, dalla cameriera/assistente Leni con cui K. ha un rapporto sessuale, alle guardie che svegliano K. nella prima scena, infine all’avvocato che K. incarica di seguire il proprio caso, occuperebbero i gradini inferiori della gerarchia. Ci sarebbero poi avvocati e giudici potentissimi, inarrivabili e introvabili, cui il povero K. non può sperare di sottoporre il proprio caso.

È indubbio che una tale lettura sia lecita e supportata, nel caso del Processo, anche dalla scena della prima (ed unica) udienza di K. in cui il protagonista critica accoratamente il malfunzionamento della burocrazia giudiziaria e mette in dubbio la validità del processo. Tuttavia, si può tentare un’altra chiave interpretativa, forse più astratta, ma che si ricollega ad un filo rosso che percorre alcune opere del nostro autore. Sia in due romanzi di Kafka, il Processo e il Castello, sia in alcuni suoi racconti, come Un digiunatore (il titolo italiano non rende appieno il significato dell’originale Hungerkünstler, che sarebbe più propriamente un artista della fame, del digiuno) e Josefine (in tedesco Josefine, die Sängerin oder Das Volk der Mäuse, ovvero, Josephine la cantate, o il popolo dei topi), sembra esserci un interesse particolare per il rapporto degli esseri umani con ciò che non è fisicamente presente, che non può essere né visto né toccato – potremmo dire che manca di un referente. Un digiunatore è la singolare storia di un artista del digiuno il quale vorrebbe essere apprezzato per la sua arte, che però ha il “difetto” di aver a che fare con un’assenza (assenza di cibo) e non con un qualcosa di effettivamente presente. Similmente, il canto (o si tratta forse di una specie di fischio?) di Josefine nell’omonimo racconto non riesce ad essere descritto dal narratore, che insinua nel lettore il dubbio che questo misterioso suono, in effetti, non esista. Il Castello, per passare ai romanzi, prende il nome da un edificio la cui “presenza” permea l’intera narrazione, ma che in effetti non si vede mai. In qualche modo si sa (o si dice) che c’è, ma ciò precede e sostituisce del tutto l’esperienza concreta: più che un oggetto reale, un “fatto”, il Castello sembra essere una specie di commento su un oggetto, un qualcosa di composto esclusivamente dalle molte parole, spesso contraddittorie, che su di esso si spendono. Nel Processo ciò che è fisicamente assente e di cui si può solo parlare – a parte il processo stesso che a conti fatti non avviene mai, eccezion fatta per la prima udienza di K.- è la legge. Durante la visita di Joseph al duomo (che stranamente si dice appartenere anch’esso al tribunale), l’ultima che il protagonista compie, un sacerdote gli narra una parabola. Dinanzi alla porta della legge sta una guardia; un uomo proveniente dalla campagna (Der Mann vom Lande) decide di “entrare nella legge”, ma la guardia, senza peraltro essere ostile o mostrare segni di voler intervenire fisicamente, invita l’uomo ad attendere. La guardia ci informa inoltre della presenza di innumerevoli porte dopo la prima, difese da guardie in ordine crescente di potere. L’uomo aspetta tutta la vita davanti alla porta senza entrare; dopo la sua morte la guardia chiude infine la porta, dicendo che essa era stata fatta apposta per l’uomo. Molte parole sono state spese su questa breve narrazione, che come a volte accade, si è guadagnata uno status praticamente indipendente dal romanzo in cui è inserita, ma sono quelle di Derrida, che nel suo Prejugés riflette lungamente su questo brano, le più utili per noi. Il filosofo francese nota infatti che l’uomo vorrebbe vedere la legge, toccarla, entrare fisicamente nella porta, mentre ignora che la legge non è da vedere né da toccare, ma da decifrare, ovvero da interpretare.

Questa parabola si può considerare per certi versi una myse en abime della vicenda di K. Come K., l’uomo di campagna cerca il significato di qualcosa, e per farlo cerca di entrare fisicamente in uno spazio che è, al contrario, puramente “semantico”, e non referenziale (per essere più precisi, uno “spazio semantico” puramente intensionale e non estensionale). Anche K., che pure riesce perfettamente a varcare porte e portoni in barba a qualsiasi legge sulla proprietà privata, cerca costantemente un forte contatto fisico con i propri interlocutori. Nel caso questi siano donne ciò si esplica in una relazione di natura sessuale, mentre nel caso degli uomini viene sempre marcato il dettaglio della stretta di mano. Interessante anche il fatto che K. non riesca, durante il suo colloquio con la vicina di stanza Fräulein Bürstner, colloquio che avviene nella fase iniziale del romanzo, a parlare della propria situazione in termini precisi. Per ovviare alla propria incompetenza linguistica, K. cerca di rendere presente la situazione da lui vissuta, ricreandola nella stanza e rendendola così quasi tangibile per sé e la propria interlocutrice.

Alcune “cose”, quindi, non si possono né toccare né vedere, di esse si può solo parlare, ma è spesso difficile orientarsi in un dedalo composto di solo parole. Per di più, tutti gli interlocutori di K., come ci ricordano incessantemente, occupano una posizione infima all’interno della gerarchia tribunalesca, e sono quindi in possesso di una visione e di un’interpretazione limitatissima della faccenda.

A questo punto è necessario introdurre un’ulteriore riflessione. Mentre il mondo dell’uomo di campagna sembrerebbe suggerire un percorso lineare che, passando di porta in porta, sfoci finalmente nella “visione” della legge nella sua interezza, il percorso di K. non può dirsi certo né lineare né progressivo. In effetti, benché sul suo cammino incontri avvocati e donne di servizio, pittori improbabili e guardie, ovvero persone di ceti sociali nettamente distinti, tutti si pongono sullo stesso, infimo, livello, tutti sono portatori di un sapere limitato e, cosa più importante, tutti sono (in)utili a K. alla stessa maniera. L’universo di K., già spogliato della sua componente referenziale, sembra perdere un ulteriore appiglio, quello dato da una possibile gerarchia tra i personaggi. Se poi si mette in dubbio l’effettiva esistenza dei piani superiori della gerarchia tribunalesca (gli invisibili ma potentissimi avvocati), si può anche arrivare a mettere in crisi la struttura verticale dell’intero romanzo. Per dirla in parole povere, tutti parlano, tutti sono allo stesso livello, e il povero K. non riesce più a raccapezzarsi.

Un libro della complessità del Processo avrà ovviamente più chiavi di lettura, e le interpretazioni e le riflessioni che possono scaturirne non si esauriscono certamente qui. Tuttavia, la riflessione sulla relazione tra le parole e le cose, o sulle parole in assenza delle cose, potrà forse risultare, di questi tempi di post-verità, se non altro attuale.


In copertina l’uomo di campagna davanti alla porta della legge come rappresentato nella trasposizione cinematografica The Trial di Orson Welles (1962).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...