Per comprendere come si possa reagire ad una crisi bancaria è bene analizzare in primo luogo cosa sia una banca. Il mestiere tradizionale della banca è quello dell’intermediario: la banca prende tipicamente a prestito denaro dalle famiglie per poi prestarlo alle imprese collegando i datori con i prenditori di fondi. I prestiti ricevuti dalle famiglie sono generalmente a breve termine o a vista nella forma dei depositi mentre il denaro erogato alle imprese verrà restituito a scadenza molto più lunga. Quanto detto mette in luce due grandi vulnerabilità tipiche della banca: in primo luogo è possibile che i clienti prenditori non ripaghino i loro debiti, dall’altro lato è anche possibile che i clienti datori di fondi richiedano contemporaneamente la restituzione del loro denaro privando la banca di liquidità (cioè del denaro disponibile).

I due tipi di crisi delineati sopra sono concettualmente molto diversi. Nel primo caso la banca ha uno squilibrio di redditività e ha effettive perdite economiche. I soldi non restituiti dai clienti prenditori sono soldi persi e vi è un buco patrimoniale in termini di perdite. Il secondo caso, quello di crisi di liquidità, può essere invece uno shock solo temporaneo dovuto a motivi passeggeri e può essere risolto con un prestito ponte o altra forma di assistenza finanziaria a tempo determinato che verrà a scadenza restituita. Da notare comunque è che anche una crisi meramente di liquidità è molto grave. Non è per niente signorile dire a un cliente che deve aspettare perché al momento non ci sono soldi per rimborsare il suo deposito per poi magari presentarsi allo Stato o sul mercato a chiedere qualche decina di miliardi ma, chiaramente, solo temporaneamente!

Nelle ultime righe del paragrafo precedente è già delineata la tipica soluzione delle crisi di liquidità. La banca chiede in prestito a qualcuno denaro. Questo qualcuno è solitamente il mercato (altre banche o grandi fondi) se la banca non è messa troppo male, o lo Stato se la banca effettivamente è in così cattive acque da non riuscire a trovare nessuno che le presti liberamente a condizioni eque. Con riferimento invece al caso di perdite, in questa situazione viene sensibilmente intaccato il capitale proprio della banca ed è necessario ricostituirlo con conferimenti in conto capitale. Ciò vuole dire che è necessario trovare qualcuno che fornisca risorse alla banca non sotto forma di prestiti ma di capitale di rischio, cioè in pratica che si compri con soldi suoi un pezzo di banca. Visto che di solito non c’è la fila di acquirenti per una banca in evidente difficoltà, spesso l’ultima spiaggia è come al solito lo Stato.

E se anche lo Stato non fosse disponibile a mettere soldi nella banca? E se proprio nessuno volesse prestarle denari nel caso di crisi di liquidità? Questo sarebbe davvero un problema. La banca andrebbe sottoposta ad una procedura simile al fallimento denominata “liquidazione coatta amministrativa” nella quale viene coinvolta anche l’autorità di vigilanza. I beni della banca vengono venduti per soddisfare i suoi creditori ma tipicamente quanto ottenuto non è sufficiente al rimborso integrale e i creditori subiscono sensibili perdite. La liquidazione di una banca è davvero problematica e può durare anni poiché gli attivi sono costituiti dai prestiti a medio e lungo termine della banca. E mentre si attende per anni la ripartizione del malloppo i creditori della banca non protetti dal fondo interbancario (vedere il seguito) possono trovarsi in crisi di liquidità e fallire a loro volta. Questi creditori sono in parte aziende ed in parte altre banche a cui le difficoltà della banca non salvata si estendono contagiando il sistema economico . Senza interventi saranno inoltre sottoposti a notevoli difficoltà tutti i soggetti che operavano con la banca ed erano a questa legati da rapporti continuativi: trovare una nuova banca che rapidamente sostituisca quella in difficoltà, in particolare per operazioni complesse o di volumi elevati, può essere complicato e lento.

Insomma far fallire una banca implica costi considerevoli per il sistema economico ed è considerata un’ultima spiaggia da evitare a qualunque costo. L’ultima banca di dimensioni rilevanti a fallire è stata Lehaman nel 2008, non proprio una bella esperienza… Il modo migliore per reagire ad una crisi bancaria è quindi sempre e comunque salvare la banca?

Non proprio. Il modo migliore per affrontare le crisi bancarie è quello di prevenirle. Molto meglio prevenire che curare! Un primo problema affrontato con il metodo della prevenzione è stato quello della tutela dei depositanti persone fisiche. Nel caso una banca fallisca infatti ai depositanti persone fisiche normalmente non verrebbe restituito quasi alcunché e per molti di costoro questo vorrebbe dire perdere i risparmi di una vita e finire letteralmente sul lastrico dall’oggi al domani. In tutti i Paesi sviluppati esistono quindi forme di garanzia e tutela per i depositanti persone fisiche. In primo luogo infatti intervengono i fondi interbancari alimentati da contributi che versano le banche stesse a livello di sistema. In secondo luogo è presente una garanzia statale: il buon vecchio Stato! Fornire garanzie ai creditori depositanti aiuta a prevenire le crisi di liquidità, le quali solitamente avvengono sotto forma di corsa agli sportelli di banche in crisi per motivi economici: una volta saputo che una banca è anche in lieve difficoltà chiunque corre a ritirare i suoi depositi facendo effettivamente avverare le difficoltà della banca sotto forma di crisi di liquidità. La doppia garanzia del fondo interbancario e statale dovrebbe prevenire almeno in parte le crisi di liquidità dovute alla corsa agli sportelli.

Altra forma di prevenzione è quella di sottoporre il sistema bancario alla vigilanza di un’autorità statale. In Italia questa autorità è la Banca d’Italia a cui dal 2013 si è aggiunta la BCE. I poteri di queste autorità sono davvero notevoli: Banca d’Italia ha ad esempio il potere di effettuare ispezioni presso le banche, emanare regolamenti con forza di legge, vietare alle banche di intraprendere determinate operazioni, imporre la chiusura di filiali o rimuovere esponenti aziendali nonché sottoporre le banche ad amministrazione straordinaria. Impressionante. D’altra parte l’attività di Banca d’Italia è limitata alla vigilanza di un’attività comunque di per sé rischiosa e sottoposta appunto a rischio di credito: è sempre possibile che vari prenditori, in particolare in periodi di crisi economica, non restituiscano quanto ricevuto e causino una situazione di crisi per la banca.

La nuova frontiera per gestire il rischio di credito sono i cosiddetti “requisiti di capitale obbligatori”. Questi sono nati con gli accordi di Basilea, i quali vengono poi recepiti in Italia dai regolamenti di Banca d’Italia. Nell’allegra città di Basilea quindi si sono radunati i banchieri centrali dei principali Paesi sviluppati per discutere del problema della regolamentazione bancaria. La soluzione che è stata trovata è una molto complessa normativa per stabilire il livello di rischio dei prestiti delle banche e richiedere quindi un adeguato livello di patrimonializzazione per assorbire le eventuali perdite. In linea di principio quest’idea è bellissima: obbligare le banche e detenere capitale proprio sufficiente a risolvere le proprie eventuali magagne sembra cosa buona e giusta. In concreto attuarla è una sfida. Stabilire con esattezza la rischiosità del portafoglio crediti di una banca è estremamente complesso e dipende dal ciclo economico che si ipotizza per il futuro: in caso di crisi economica le sofferenze sui crediti aumentano molto, al contrario in periodi di crescita economica le insolvenze diminuiscono e anche la percezione del rischio diminuisce.

In conclusione, come ben si può constatare dalla cronaca, le crisi bancarie sono spesso temi di scottante attualità e le misure preventive non sempre sono sufficienti ad impedire l’emergere di situazioni di difficoltà. Il mestiere della banca è tuttavia inscindibilmente collegato al rischio; certo è che comunque farebbe piacere non vedere più casi di banche con voragini patrimoniali enormi a causa di gestioni pessime e prestiti clientelari. Sicuramente c’è ancora molto da fare ma il tema delle reazioni alle crisi bancarie, in particolar modo di quelle preventive, è sicuramente un tema estremamente appassionante e aperto sul quale sono in atto riflessioni approfondite da parte della principali autorità mondiali. Insomma oltre che da 007, “il rischio è il mio mestiere” è anche una frase da banche!


In copertina “L’urlo” di E. Munch (1893).

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