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Viviamo di solito nell’abitudine, con il nostro essere ridotto al minimo. Le nostre facoltà restano addormentate, riposando sui guanciali dell’abitudine: essa sa quello che c’è da fare e non ha bisogno di loro.”, Marcel Proust

Siedo pensieroso alla vetrina di un caffè, mentre il rumore dei bicchieri lucidati tra le mani del barista segna il tempo tra un cliente e il successivo. Sull’altro lato della strada un senzatetto sorride e porge un bicchiere ammaccato alle persone che gli passano accanto, imperturbato dalla scarsa considerazione di queste, perse in chiamate di lavoro o nei pressanti impegni della giornata. Mi accorgo di avere inconsapevolmente alzato il caffè alle labbra, e in questo susseguirsi inconsapevole e automatico di gesti mi sento parte di un presepe meccanico, pieno di movimento ma senza alcuna effettiva volontà, senza alcuna scelta reale.

Questa sensazione, che scompare in un attimo dalla mia mente quando decido di alzarmi per realizzare gli obbiettivi della giornata, costituisce invece il perno della teoria sostenuta nel 1747 da La Mettrie. Il medico e filosofo francese, dando vigore alla prima scintilla del materialismo illuminista, afferma infatti che l’uomo non è altro che una macchina dai molti ingranaggi, e che ogni suo comportamento, finanche il più complesso e imprevedibile, non è il frutto della libera scelta di un’anima burattinaia, quanto invece una reazione deterministica a uno stimolo. Ma come? Non sono forse Io che ho deciso di prendere un caffè questa mattina? Mi ricordo addirittura di aver pensato che una passeggiata avrebbe migliorato il rendimento della mia giornata, e di aver soppesato questo beneficio con la comodità e il risparmio di tempo associati al rimanere a casa. Non è stata forse una scelta? Non ho comandato al mio corpo di comportarsi in un certo modo per i miei fini?

Qui però cadiamo nella trappola di Cartesio, della mente come dotata di esistenza indipendente dal corpo. Secondo la comunità neuroscientifica oggi, invece, la mente sarebbe una manifestazione unicamente emergente dal pattern di attivazione cerebrale, sarebbe il modo in cui esperiamo l’elaborazione dell’informazione condotta dal nostro sistema nervoso. Possiamo perciò assimilarla all’immagine che appare su un monitor, determinata dallo stato di attivazione dei circuiti e senza alcun effetto sugli stessi. Il determinismo propugnato da La Mettrie viene così in parte riabilitato, ma bisogna rimarcare il fatto che non è solo lo stimolo in sé a produrre il risultato comportamentale, ma anche il modo in cui tale stimolo viene elaborato dalla struttura della nostra mente, il modo in cui viene integrato con informazioni riguardanti esperienze passate, obbiettivi, emozioni e valori sociali.

L’integrazione delle informazioni avviene in tutto il sistema nervoso, ma l’attività più massiccia si ha nelle cosiddette aree associative. Tra queste distinguiamo un’area posteriore, che permette l’interazione con lo spazio e il riconoscimento degli oggetti, e una corteccia prefrontale, su cui ci concentriamo oggi.

Nella nostra interazione quotidiana col mondo l’automatismo di La Mettrie è preponderante. Il nostro cervello è plasmato dalle esperienze e, se la nostra reazione a uno stimolo è sempre la stessa, il circuito che la determina viene isolato dal resto della rete e viene costituito un riflesso, un’abitudine. Pensate al percorso che fate tutti i giorni per andare al lavoro, a come adesso lo completate senza neanche rendervene conto, magari stando attaccati al cellulare. L’abitudine è così forte che a volte seguite il solito tragitto anche se dovete andare da qualche altra parte, perché siete sovrappensiero. A volte però succede un imprevisto, come la strada chiusa per lavori, la gomma della bici che scoppia, uno scippo davanti ai vostri occhi, ed è in queste condizioni che interviene la corteccia prefrontale, protagonista del controllo esecutivo, che permette di abbandonare la modalità pilota automatico per reagire alle situazioni nuove, per cui ancora non è stato creato un circuito (una casellina, come direbbe Gaber). La corteccia prefrontale è l’area associativa delle scelte e, in un certo senso, della nostra personalità, ed è divisa in un’area ventromediale (VMPFC) per il controllo emotivo, e in una dorsolaterale (DLPFC), in cui confluisce la VMPFC, per il controllo razionale.

Le emozioni sono molto importanti nel determinare i nostri comportamenti, in quanto etichettano le esperienze come positive o come negative. Per esempio, se associo la gratitudine della gente a un’emozione positiva, nella condizione in cui assisto a uno scippo è probabile che mi metta a urlare o a inseguire il ladro, a meno che non abbia archiviato anche un’esperienza con un’etichetta fortemente negativa in cui il ladro reagiva e mi aggrediva. A un livello più elementare, se prendiamo un macaco e gli diamo una nocciolina ogni volta che applaude, ci dobbiamo aspettare un comportamento aggressivo se a un certo punto non gli diamo la ricompensa aspettata (la mancata soddisfazione di un’aspettativa positiva è un evento inaspettato e negativo), ma tale comportamento scompare una volta che asportiamo la VMPFC. La lobotomia prefrontale introdotta da Moniz (Nobel del 1949) è stata applicata a lungo nei pazienti ansiosi e depressi, e se ne fa ancora ricorso in casi selezionati nonostante l’alta variabilità nel risultato.

La DLPFC è invece importante, tra le altre cose, per evitare che la ricerca del piacere immediato pregiudichi il raggiungimento degli obbiettivi a lungo termine. Uno dei test a cui si ricorre per evidenziare un danno prefrontale è il test dello shopping, in cui al paziente si dà una lista di oggetti da comprare in vari negozi prima di tornare all’ambulatorio: un individuo con lesione probabilmente non torna neanche, e quando lo chiamiamo al cellulare scopriamo che ha bevuto caffè con amici, si è steso in un parco, ha mangiato un gelato, e ha soddisfatto poco di quanto richiesto nella lista. Un danno localizzato può avere questi comportamenti come unico effetto, e risulta quindi comprensibile il perché, in assenza di un occhio esperto, tale sindrome sia scambiata semplicemente per pigrizia e il paziente arrivi a perdere il lavoro e, spesso, il matrimonio.

Un caso evidente di come la vita possa cambiare in seguito a una lesione prefrontale conseguì all’incidente di cui fu partecipe Phineas Gage, un giovane e diligente capocantiere in un progetto di estensione della linea ferroviaria, nel 1848. Ogni volta che si frapponevano ostacoli all’avanzamento del binario egli faceva sistemare le cariche esplosive e stendeva una scia di polvere da sparo che, ricoperta di sabbia pressata con un bastone di ferro, gli garantiva una distanza di sicurezza. Un giorno per distrazione incominciò a pressare direttamente la polvere da sparo, senza sabbia interposta, e una scintilla proiettò il bastone, che fino a un attimo prima riposava mansueto tra le sue mani, nel cranio del giovane. Stranamente il colpo non gli fece perdere né vita né coscienza, ma solo l’occhio sinistro. Nei mesi successivi si rese però chiaro che all’esplosione era seguito un altro cambiamento, meno osservabile ma più pervasivo: Phineas non era più in grado di mantenere un lavoro per la sua incostanza, insultava le persone e non mostrava più freni inibitori.

Con questo esempio concludiamo che la corteccia prefrontale è fondamentale per la reazione al nuovo in base alle esperienze passate e agli obbiettivi futuri, per la valutazione emotiva e sociale, per l’aderenza ai progetti a lungo termine. Capire effettivamente il ruolo di quest’area ci permette di comprendere meglio le conseguenze di lesioni qui localizzate. Per esempio è stata evidenziata l’associazione fra uso di cannabis in giovane età e ridotto sviluppo della corteccia prefrontale. Resta ancora da chiarire se l’alterazione sia la causa, o se sia effettivamente la conseguenza dell’uso cronico: in tal caso la libera scelta di iniziare a fumare comprometterebbe col tempo la capacità di prendere decisioni e di sopprimere gli istinti, determinando quindi una perdita della libertà stessa. Ulteriori studi sulla relazione fra corteccia prefrontale e cannabis avranno probabilmente un forte effetto sulla reazione delle persone e dei governi al problema.

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