Il tema del mese è la simmetria, che a quasi tutti fa tornare in mente ricordi di quando si andava a scuola. Eh quant’eravamo giovani quando eravamo giovani! A proposito di simmetria non si può inoltre evitare di citare generiche frasi palindrome, come per esempio “ai lati d’Italia”, “i topi non avevano nipoti” ma soprattutto l’immortale e celeberrima “A D’Alema e a me la dà”. Comunque, considerata la mia deformazione professionale, a me la simmetria fa invece pensare alla legge della domanda e dell’offerta. La maggior parte delle teorie economiche a riguardo prevedono un equilibrio tra queste due forze. Sia nel caso di mercati perfetti, sia di monopolio, sia di oligopolio o di qualsiasi altro -polio, alla fine domanda ed offerta vengono magicamente a bilanciarsi e si riuniscono simmetricamente in un bellissimo e perfetto equilibrio che determina il prezzo; da un certo punto di vista è quasi romantico.

Nel caso di mercato perfetto il prezzo è esattamente uguale al costo di produzione, il che suggerisce un’ammaliante identità tra valore, prezzo e costo delle merci. Nel caso di monopolio già è diverso, ma anche qui alla fine si arriva alla definizione di un prezzo determinato da equazioni matematiche in base alla disponibilità a pagare dei consumatori che vengono infine tosati a uso e consumo dell’allegro monopolista. Il caso di oligopolio è più complicato ma anche qui infine si giunge alla determinazione del prezzo in modo chiaro e scientificamente definito. Come comunicano queste magnifiche teorie con l’economia pratica? Raramente si getta un po’ di luce e si riflette sul caos e sulla cruenta realtà che può generare tali equilibri. Scopo di questo articolo è tentare di illustrare un immaginario scenario di economia reale e mostrare come il collegamento tra teoria e pratica sia impervio e duro e richieda un approccio quasi filosofico all’economia; non per niente per mostrare il contrasto tra teoria e pratica utilizzeremo appunto un ossimorico scenario ipoteticamente-reale!

Consideriamo un immaginario prodotto, per identificarlo userò la parola “galosce” perché mi piace e perché mi sembra buffa; i ragionamenti che seguono saranno tuttavia applicabili a qualunque prodotto o situazione in genere. La produzione e il consumo di galosce avvengono all’interno di una città. All’interno di questa città i produttori di galosce sono distribuiti in una decina di zone, vendono tutti allo stesso prezzo ed ognuno produce e vende solo nella sua area. Situazione di equilibrio perfetto, molto bello. Ora introduciamo una perturbazione: il produttore di una di queste zone si stanca di questa monotonia e decide di smettere di produrre galosce e darsi all’ippica. Tra gli altri produttori di galosce solamente uno di questi comprende rapidamente l’opportunità commerciale che viene a crearsi ed è inoltre nelle condizioni finanziarie ed organizzative per riuscire a cogliere questa opportunità. Uno dei produttori si amplia quindi in una seconda zona oltre la sua iniziale; d’ora in poi ci riferiremo a lui come al colonizzatore.

Benissimo; per qualche tempo, diciamo uno o due anni, il colonizzatore dovrà riorganizzare la struttura produttiva, costruire nuovi impianti, affrontare spese di investimento e farsi conoscere dalla clientela. In questo periodo essersi ampliato sembra forse più una scocciatura che un reale guadagno ma presto il nostro amico si accorge che avere ingrandito la sua scala gli permette di standardizzare alcuni passaggi dei processi produttivi e risparmiare costi. Questo significa che al colonizzatore ora produrre galosce costa 8 mentre ai suoi concorrenti costa 10. Immaginiamo che per ottenere un onesto profitto che ripaghi il loro lavoro, i concorrenti del colonizzatore rivendano le galosce a 12. Il colonizzatore inizia quindi a fare una concorrenza spietata agli altri imprenditori e inizia a vendere galosce a 6. È in perdita ma che cosa gli interessa? Lui i soldi li ha e sa che così facendo farà chiudere i battenti a molti concorrenti e dopo potrà colonizzare un mercato ancora più grande, abbassare ancora di più i costi e guadagnare ancora di più. Un piccolo sacrificio di perdite iniziali è accettabile in vista di un promettente e roseo futuro. Parigi val bene una messa.

E così inizia una guerra di prezzi. Molti dei concorrenti del colonizzatore chiudono ed il colonizzatore si espande nei loro territori. Alcuni altri invece riescono a fidelizzare la clientela personalizzando in vari modi le galosce, magari rendendole profumate o vantando una qualità dei materiali superiore; altri ancora preferiscono comprimere al massimo i costi e portare comunque avanti il loro business di galosce, magari perché era un’attività familiare ed è sempre andata avanti a cicli, con un po’ di pazienza arriveranno periodi migliori. Insomma dopo un paio di anni il colonizzatore ha una fetta sostanziale del mercato, ma qualcuno ancora resiste; considerato che è impossibile sradicare completamente la concorrenza, il colonizzatore si ritiene soddisfatto e considera la sua situazione. Ora produrre galosce a lui costa 5, o forse 4 o 7, c’è chi dice addirittura 3; insomma vedetela un po’ come volete ma in ogni caso ora le galosce gli costano poco. Tuttavia non è arrivato a questo punto per accontentarsi di un pidocchioso profitto di 1 o 2 per ogni paio di galosce. Un bel giorno di sole il colonizzatore decide quindi di alzare il costo delle galosce fino a 9, o magari anche 11.

La reazione dei consumatori è unanime: che impostore, lo sanno tutti che le galosce gli costano meno di 3, anzi probabilmente ancora meno di 1! Allora era tutta una truffa per poi alzare i costi, bella roba… Associazioni di consumatori lamentano la mancata socializzazione dei profitti e denunciano l’accaparramento del surplus da parte dei padroni industriali. Costoro hanno alcune ragioni. Dall’altro lato però il nostro colonizzatore ha fatto vari anni di sacrifici, investimenti e produzione in perdita per affinare il processo di produzione e conquistare il mercato. Insomma si è sbattuto come un tappeto e per un po’ ha venduto a 6, ora che la baracca è ben avviata perché dovrebbe condividere la sua posizione di vantaggio faticosamente conquistata con un branco di pidocchiosi urlatori? Il colonizzatore tiene duro.

Sfortunatamente per lui tengono duro anche i consumatori e qualche politico odora una situazione da cui trarre profitto. In particolare il sindaco percepisce il crescente malcontento dei suoi elettori e sa benissimo che per essere rieletto dovrà fare qualcosa a riguardo. Che cosa? La nostra storia può prendere varie strade. In una prima storia il sindaco impone un tariffario alle galosce e calmiera i prezzi. In un’altra dichiara le galosce un imprescindibile bene pubblico, espropria il colonizzatore e statalizza il settore. In un terzo scenario infine istituisce una severissima autorità indipendente che obbliga il colonizzatore ad abbassare i prezzi di (udite udite!) addirittura 50 centesimi; tutte le sere il sindaco cena dal suo carissimo amico colonizzatore che finanzia generosamente la sua campagna elettorale. Proseguendo in ognuno di questi percorsi gli orizzonti diventano sfocati, ma ancora possiamo distinguere in futuro un’innovazione tecnologica che permette di produrre galosce a prezzi ancora più bassi e senza alcun bisogno di economie di scala o investimenti. O forse no e invece un produttore straniero ancora più grande del colonizzatore invade il mercato, costringendo il sindaco ad introdurre dazi… O anzi il sindaco non può intervenire a causa di delicati equilibri di politica estera e viene costretto all’inazione, a osservare la sua industria nazionale crudelmente cannibalizzata da ostili forestieri. Possiamo ancora immaginare shock sul lato della domanda (le galosce improvvisamente passano di moda o al contrario tutti le vogliono), da un punto di vista di materie prime e risorse naturali necessarie alla produzione, da un punto di vista di interazione con altri prodotti e mercati…

Tutte queste storie sono da un certo punto di vista trattabili secondo alcune teorie economiche. La situazione iniziale sembrava un equilibrio in oligopolio, in seguito il colonizzatore diventa quasi monopolista, poi il monopolio interagisce con la regolamentazione di autorità pubbliche ed infine un’innovazione tecnologica potrebbe riportare l’equilibrio alla concorrenza perfetta oppure un concorrente estero potrebbe fare spostare l’attenzione sullo studio dell’economia internazionale e sulle teorie di libero scambio. Il periodo ipotetico è d’obbligo. Fino a che punto la teoria possa rappresentare appieno la realtà e fino a che punto questa sia razionalizzabile è controverso. La simmetria tra domanda ed offerta è in fin dei conti sempre necessariamente mantenuta, tanto si acquista tanto si vende, questo è ovvio, così come è ovvio che siano queste operazioni a determinare il prezzo. D’altra parte la modalità con cui questo si determina è soggetta ad una quantità enorme di condizioni e circostanze esterne che spesso portano ad interrogarsi se abbia senso ricercare davvero leggi generali comprensibili dall’intelletto umano. Ed in chiusura lo ammetto: era da tanto che volevo provare a mescolare i temi tipici della narrazione di Italo Calvino, uno dei miei autori preferiti, in cui il conflitto tra realtà e ragione è tanto bello ed ansiosamente sentito, con questioni di teoria economica, che in fondo non fa altro se non tentare di incasellare situazioni reali dentro schemi razionali. Insomma tanto per tornare alla simmetria, la mia speranza è che questo scritto assomigli ad una riproduzione diciamo simmetrica di Calvino in campo economico!

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