Mi è costato fatica pensare cos’hanno a che fare gli alberi con la finanza. Quando crollano fanno un gran botto? Sono necessari all’ecosistema naturale-economico? Sono entrambi belle cose? Forse molti non condividono questa mia ultima ipotesi e quindi ho pensato che di solito gli alberi sono collegati ad un’idea di stabilità e solidità, la quale è un fattore fondamentale per la gestione della moneta; di questo parlerò nel corso dell’articolo.

La moneta è utilizzata da chiunque e per i più essa è un oggetto quotidiano e scontato. D’altra parte approfondirne la storia può essere molto interessante. La moneta nasce come sostituto del baratto per rendere i beni interscambiabili. Mentre nelle comunità degli uomini primitivi in sostanza tutti facevano tutto e non vi era specializzazione del lavoro, con lo svilupparsi della civiltà i lavori si specializzarono e nacque l’esigenza di rendere scambiabile la ricchezza. Un dentista che volesse servirsi del baratto per comprare da un contadino un chilo di farina dovrebbe spendere notevole tempo e forze per ricercare un contadino con una carie. Al contrario con l’uso della moneta il dentista può semplicemente pagare il contadino; nel frattempo avrà magari curato la carie di un fabbro che per pagare il dentista avrà venduto un aratro in ferro al contadino… che per due soldi al mercato mio padre comprò: la morale è che la catena può andare avanti davvero molto, ma la moneta permette di non preoccuparsene affatto poiché, con evidente beneficio di tutti, sarà la magica mano del mercato ad ottimizzare gli scambi e l’allocazione delle risorse.

Molto interessante. D’altra parte questa è la funzione della moneta, ma ancora non spiega come essa sia nata. Requisiti intuitivi per la moneta sono quelli di mantenere il suo valore e di essere rara: considerato che deperiscono, non è affatto comodo usare come moneta la carne o la frutta; similmente è altrettanto ovvio come non sia possibile utilizzare i comuni sassi come moneta. Si è quindi deciso di utilizzare dei sassi non comuni ed in particolare i metalli preziosi: dapprima sia oro che argento e rame, poi sempre di più l’oro. E’ interessante notare come non sia possibile mangiare l’oro o farne alcun altro utilizzo pratico. Una moneta d’oro in sé stessa non ha valore alcuno, eppure una semplice convenzione dà a questo metallo un valore enorme. Generazioni di minatori hanno lavorato duramente per estrarre una materia che non serve a niente e non ha valore se non per un buffo tacito accordo.

A farsi garanti della moneta furono gli Stati. La moneta era ed è un’infrastruttura di importanza vitale e per questo motivo nel medioevo i falsari erano puniti con estrema severità, in alcuni casi anche con il rogo. Fino al XX secolo ciò che diede valore alla moneta era la possibilità di convertirla in una certa quantità di oro: questo era considerato il vero fondamento che garantiva la stabilità del suo valore. Nel XX secolo tuttavia lo sviluppo dell’economia rese sempre più obsoleto il nesso tra moneta ed oro, nesso che venne definitivamente meno nel 1971 quando Nixon decretò la fine della convertibilità del dollaro in oro. E quindi qual è il valore di un dollaro? Il valore di un dollaro è quello dato dal fatto che le persone si fidano implicitamente della capacità dello Stato americano di gestire una moneta meramente cartacea che in sé vale ancor meno del nulla dell’oro. Non sto cercando di dire che ciò sia assurdo o sbagliato, ma semplicemente di notare come sia mirabolante e stupefacente che le banconote con cui andiamo a pagare il fruttivendolo o il macellaio non abbiano in loro stesse nessun valore e da un certo punto di vista abbiano la stessa legittimità logica delle monete che disegnavo su carta e che mi scambiavo alle elementari con i miei amichetti.

Anche quando il valore della moneta era definito da una parità con l’oro, gestirla e definirne il vero valore era tutt’altro che scontato. Garante della moneta come abbiamo detto era lo Stato, del quale tutti ci fidiamo ciecamente. Oppure no? Chi garantisce che lo Stato sia davvero in grado di convertire la sua moneta in oro? In altre parole mettiamoci nei panni dello Stato: diciamo di avere una ricchezza pari a 1 kg di oro e di emettere 100 banconote ognuna convertibile in 10 grammi di oro. In questo caso lo Stato è certo di poter convertire le sue monete in oro. D’altra parte la tentazione di emettere 110 o 120 banconote è molto forte… anzi non era affatto una tentazione, era semplicemente un fatto risaputo. Nel corso dei secoli si prese atto che le persone si fidavano della moneta e che il fatto che qualcuno chiedesse di convertirne in oro era un evento molto raro. Con un chilo d’oro era quindi tranquillamente possibile sostenere un circolante di 200 o 300 banconote, magari anche di 500  o chissà di quante…

Prendere troppo gusto con questo giochetto è molto facile, ma porta ad alcuni problemi. Nel caso la moneta emessa diventi una quantità eccessiva, questa perderà molto del suo valore a causa dell’inflazione, tipicamente causata da Stati che spendono oltre le loro reali possibilità e si finanziano stampando moneta. Molti cittadini inizieranno quindi a chiedersi perché tenere in tasca una moneta che non vale niente quando invece è possibile convertirla in oro. Come conseguenza di ciò tutti correranno a cambiare moneta in oro e le riserve auree dello Stato saranno messe fortemente sotto pressione: da sogno a catastrofe! La reazione più comune a una crisi valutaria del genere è la circolazione forzosa, ovvero la sospensione della possibilità della conversione in oro: per cui, non potendo convertire, chi ha banconote in eccesso comprerà qualunque altro bene durevole (terre, case, eccetera) facendone salire velocemente il prezzo.  Questo genere di crisi comporta la distruzione dei risparmi delle famiglie, i quali vengono svalutati dall’inflazione, e l’erosione del potere di acquisto (tipicamente il salario degli occupati non si adegua altrettanto velocemente all’inflazione quanto il prezzo dei beni). Inoltre il paese in questione avrà notevoli problemi di approvvigionamento per alcuni beni tipicamente di importazione (ad esempio il petrolio): trovare qualcuno che scambi valuta di quel Paese con un bene di valore avverrà solamente a tassi di cambio molto sfavorevoli. Se la moneta arriva a perdere completamente il proprio valore allora viene messa a repentaglio la stessa esistenza dell’economia nazionale e si ripartirà dal baratto.

L’esempio storicamente più famoso di iperinflazione fu quello avvenuto durante la Repubblica di Weimar prima della seconda guerra mondiale. Durante questo periodo il marco si svalutò talmente che era necessario fare la spesa letteralmente con carriole di banconote. Quella di Weimar fu un’esperienza terribile che espose la popolazione tedesca a grandi sofferenze e gettò le basi di sfiducia nel sistema politico ed economico tradizionale che portarono all’affermazione del nazismo come movimento di protesta. Per rendere le basi di fiducia nella moneta più solide si è intervenuti per separare la moneta dal controllo dello Stato, il quale troppo spesso ha conflitti di interesse tra il mantenimento della stabilità della moneta ed altri obiettivi macroeconomici. È perciò prassi consolidata nei Paesi sviluppati affidare completamente la gestione della moneta alle cosiddette banche centrali, ovvero istituzioni indipendenti dotate di funzioni meramente tecniche, il cui scopo è mantenere l’inflazione all’interno di un range desiderabile. Il problema della legittimazione democratica viene sacrificato a quello della legittimazione tecnica: la moneta si è rivelata essere un bene talmente prezioso e difficile da gestire da dover essere sottratta alle tornate elettorali e da doversi affidare unicamente alle sapienti cure di quello che sostanzialmente è un gruppo di cervelloni superesperti.

La stabilità della moneta è un tema tutt’altro che scontato. Nel corso della storia sono state tentate varie soluzioni per dare alla moneta un valore assoluto, come per esempio ancorarla all’oro o al dollaro (che però era anch’esso in fin dei conti ancorato all’oro). In ultima analisi è stato però necessario riconoscere la base fiduciaria della moneta e disancorarla completamente da qualunque parità con oro o merce. Il valore della moneta è unicamente dato dal fatto che le persone sono disposte ad accettarla: è strabiliante quanto siano fragili le fondamenta di un’infrastruttura assolutamente fondamentale come la moneta. Quando questa base di fiducia viene a mancare, come per esempio nel caso di iperinflazione, le conseguenze economiche sono disastrose ed anzi vengono quasi a mancare i presupposti stessi per parlare di economia.

Il tema della moneta rimane tuttora aperto ed estremamente attuale: il quantitative easing di FED e BCE, le operazioni sui tassi di interesse e gli stessi obiettivi della politica monetaria sono tutte diverse facce di una stessa dibattutissima medaglia. Chiedersi come intendere l’espressione stessa “valore della moneta” è sotto certi punti di vista una domanda quasi filosofica prima ancora che concreta: ammirare la rigogliosa chioma di un albero non necessariamente implica riflettere sul complesso sistema di radici che, seppure non altrettanto maestose ed evidenti, tengono in piedi l’albero e ne sono alla base. Rendersi conto che un albero non è trattenuto al suolo da uno stuolo di nani minatori o da una sua congenita proprietà ontologica è abbastanza divertente e curioso, così come lo è rendersi conto che il valore della moneta è semplicemente quello di una tacita convenzione. Considerato che la moneta è basata sulla fiducia e che essa è importante e fondamentale per il sistema economico così come le radici per un albero, ci si può quindi provocatoriamente chiedere: fidarsi è bene, non fidarsi è davvero meglio?

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