C’è silenzio, laggiù, in mezzo al bosco.

La luce del Sole trapassa le foglie e le fa tintinnare, ci scivola sopra, il vento le accarezza. 

Non ci sono uomini, qua, tra le fronde. Solo silenzio e luce. Ed alberi vivi.

Il tentativo di umanizzare gli alberi, di dar loro voce, volto, sembianze umane è un motivo ricorrente nella mitologia e nella narrativa. Nel nostro immaginario moderno, nutrito quotidianamente da film e cartoni animati, possiamo ritrovare personaggi come Nonna Salice di Pochaontas oppure gli Ent, i Pastori di Alberi, riflessive ma decise creature partorite dalla fantasiosa mente di J.R.R. Tolkien, che abitano la Terra di Mezzo da prima degli uomini.

Tornando indietro nel tempo e attraversando foreste abitate da animali mostruosi e alberi parlanti, camminiamo, coadiuvati dai nostri ricordi scolastici, attraverso la selva dei suicidi, nel settimo cerchio dell’Inferno, dove Dante incontra Pier delle Vigne, ministro della corte imperiale di Federico II. Lasciamoci alle spalle anche questo bosco “che da neun sentiero era segnato” ed andiamo incontro, sempre percorrendo la letteratura al rovescio, ad un autore che ha riempito la sua opera più celebre di suggestivi racconti di uomini e donne trasformati per volere divino in alberi e piante di ogni genere: Publio Ovidio Nasone. Le sue Metamorfosi hanno nutrito l’immaginazione di secoli di storia dell’arte, in molti vi si sono ispirati: Rubens, Tiziano, Bernini, solo per citarne alcuni. Ovidio (43 a.C. – 17 d.C.), compone le Metamorfosi poco prima dell’esilio a Tomi (8 d.C.) e l’opera raccoglie, in quasi 12 000 versi per quindici libri, circa 250 miti, che coprono un arco temporale lunghissimo: dal Caos primigenio e dalle vicende dei primi uomini, di Prometeo e della Gigantomachia, fino alla morte di Cesare ed al conclusivo elogio di Augusto.

Aggiriamoci insieme tra alcuni dei miti raccolti nelle Metamorfosi, e il lettore perdoni la povertà del linguaggio, incapace di emulare la poesia ovidiana.

[…] Sit dives amomo, 

cinnamaque costumque suum sudataque ligno

tura ferat floresque alios Panchaia tellus:

cur fert myrrham? Tanti nova non fuit arbor!

Ipse negat nocuisse tibi sua tela Cupido, 

Myrrha, facesque suas crimine vindicat isto.

(X, 307 – 312)

La terra di Pancaia sia pure ricca di amomo, produca pure cannella, preziosi unguenti e incenso che trasuda dal legno e tutti i fiori che vuole; ma la mirra, perché? Quest’altra pianta non meritava! O Mirra, Cupido stesso nega di averti ferito con le sue frecce e proclama che la sua fiaccola è estranea al tuo crimine.

Mirra, giovane e bellissima, è corteggiata da innumerevoli pretendenti, ma dentro di sé custodisce un segreto impronunciabile, un sentimento turpe e additato come abominio. Mirra infatti ama il padre suo, Cinira, non di amore filiale, ma di empia passione. E, pur pregando gli dèi di liberarla da questa croce, non riesce a darsi pace e si confessa all’anziana nutrice, che l’ha vista crescere e riconosce ogni suo turbamento. Inizialmente atterrita da questa confidenza, la donna aiuta però Mirra a trovare sfogo al suo amore. Mentre la moglie e madre, Cencrèide, partecipa alle feste in onore di Cerere, la vecchia accompagna la figlia al letto del padre, al buio, in modo che questo non conosca il volto del proprio peccato. Ma dopo numerosi incontri, l’uomo, desideroso di vedere il volto dell’amante, illumina con la lanterna la donna, e vi riconosce la figlia. Mirra, incinta del padre, inizia allora la propria fuga attraverso l’Arabia e la Pancaia, giungendo infine nella regione di Saba. Distrutta e sfinita prega gli dèi di punirla del peccato commesso: chiede di essere trasformata, così che le siano negate sia la vita che la morte. Gli dèi ascoltano la sua preghiera, e Mirra viene trasformata nell’arbusto che da lei prende il nome, e le sue lacrime rigano il legno e la pianta non smette di piangere. Ma il bambino che lei portava in grembo è ancora umano e sotto la corteccia si contorce, desideroso di vedere la luce. In aiuto del parto, richiamata dai commoventi gemiti della madre-pianta, giunge Lucìna, che tira fuori dalle pieghe della scorza legnosa Adone, il bellissimo figlio di Mirra.

Adfuit huic turbae metas imitata cupressus, 

nunc arbor, puer ante deo dilectus ab illo, 

qui citharam nervis et nervis temperat arcum.

(X, 106 – 108) 

E a questa folla si unì anche il cipresso, che pare segnare una meta: albero ormai, ma un giorno fanciullo amato da quel dio che fa vibrare le corde della cetra e le corde dell’arco.

La folla a cui si accenna è composta da alberi, che vengono dalla foresta, richiamati dalla dolce e malinconica musica di Orfeo; da ogni parte giungono per fare ombra al suo dolore, alla sua disperazione, per aver perso per sempre Euridice. Tra questi il pino, in cui si era trasformato Atti per amore di Cibele, e il cipresso, che prende il nome da Ciparisso. Il giovane, il più bello tra la gente di Ceo, era solito girare per i pascoli con un cervo addomesticato a cui era profondamente affezionato. Senza volerlo, un giorno lo ferì mortalmente con un dardo scagliato per sbaglio. Inutilmente Apollo consolò il fanciullo, che pregò gli dèi di poter essere per sempre in lutto. Così si trasformò in cipresso e il dio, che pianse la morte dell’amato fanciullo: “Lugere nobis,/ lugebisque alios aderisque dolentibus” (Da noi essere pianto, e piangerai gli altri, vicino a chi soffre.).

Dafne, figlia di Peneo, è stata il primo amore di Apollo. Il dio viene punito per la propria sfrontatezza da Cupido, che decide di colpire con due frecce di potere opposto Febo e la bella fanciulla. Per lui la freccia che suscita amore, per lei quella che lo scaccia. Così Apollo insegue Dafne dappertutto, la cerca, la brama, ma lei, emula di Diana e desiderosa di conservare integra la propria verginità, lo fugge veloce. Tuttavia il dio la incalza da vicino e allora lei, stremata dalla fuga, implora il padre, il fiume Peneo, di dissolvere quelle belle membra che le avevano arrecato tanto danno. La preghiera viene ascoltata e Dafne immediatamente viene trasformata in un albero di alloro, dalle foglie lucenti come gli occhi che aveva da umana.

Hanc quoque Phoebus amat, positaque in stipite dextra

sentit adhuc trepidare novo sub cortice pectus, 

complexusque suis ramos, ut membra, lacertis 

oscula dat ligno: refugit tamen oscula lignum.

Cui deus: “At quoniam coniux mea non potes esse, 

arbor eris certe” dixit “mea. Semper habebunt

te coma, te citharae, te nostrae, laure, pharetrae. […]”

(I, 553 – 559)

Anche così Febo la ama, e poggiata la mano sul tronco sente il petto trepidare ancora sotto la corteccia fresca, e stringe fra le sue braccia i rami, come fossero membra, e bacia il legno, ma il legno si sottrae ai suoi baci. E allora dice: “Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra.”

Un’altra vendetta suscitò l’amore del Sole per Leucotoe. Il dio, infatti, aveva raccontato a Vulcano che la moglie, niente meno che Venere, lo tradiva con Marte. La dea, rancorosa ed offesa, fece allora in modo che il Sole si innamorasse perdutamente della bella Leucotoe, figlia del re degli Achemenidi, trascurando per lei le altre amanti. Il dio, desiderando unirsi a lei, si intrufola nella sua camera sotto le sembianze della madre e la giovane, quando lui le si mostra in tutto il suo divino splendore, spaventata, subisce violenza senza protestare. Una delle amanti del Sole, Clizia, invidiosa e ferita, denuncia l’incontro e ne riferisce al padre di lei, il quale, condannandola, la seppellisce viva in una fossa profonda. Il Sole tenta con i suoi raggi di creare una via di fuga per la giovane, ma tutto è vano: Leucotoe è già morta; inutilmente il dio cerca di ridarle la vita con il proprio calore.

sed quoniam tantis fatum conatibus obstat,

nectare odorato sparsit corpusque locumque,

multaque praequestus “Tanges tamen aethera” dixit.

(IV, 249 – 251)

Ma poiché il destino si oppose ai suoi sforzi, cosparse di nettare odoroso il luogo della sepoltura e dopo molti lamenti disse: “Giungerai comunque fino al cielo!”

Il corpo di Leucotoe si discioglie e al suo posto mette radici la pianta dell’incenso.

Scoperta la delazione, il Sole si rifiuta di riappacificarsi con Clizia, la quale, struggendosi di lacrime per l’amore perduto si trasforma in un girasole, per seguire sempre il suo amato.

Perque novem luces expers undaque cibique

rore mero lacrimisque suis ieiunia pavit

nec se movit humo: tantum spectabat euntis 

ora dei, vultusque suos flectebat ad illum.

(IV, 262 – 265)

Per nove giorni, senza toccare né cibo né acqua, digiuna, si nutrì solo di rugiada e di lacrime e mai si staccò da quel posto: non faceva che fissare il volto del dio che passava, seguendone il giro con lo sguardo.

Ancora Drìope, che viene trasformata in giuggiolo per aver raccolto fiori della stessa pianta in cui si era convertita la ninfa Lotide per sfuggire alle voglie di Priapo. Oltre ai miti narrati fin qui, sono molti nelle Metamorfosi i racconti che descrivono la trasformazione di divinità in fiori. Tutti ricordano il mito di Narciso, giovane così bello da innamorarsi della sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Per questo amore muore di struggimento, ma quando la ninfa Eco, che inutilmente si era invaghita di lui, lo raggiunge per seppellire il corpo, non trova che dei fiori gialli nel mezzo, con petali bianchi, i narcisi.

Credule, quid frustra simulacra fugacia captas?

Quod petis, est nusquam; quod amas, avertere, perdes!

Ista repercussae, quam cernis, imaginis umbra est:

nil habet ista sui: tecum venit manetque, 

tecum discedet, si tu discendere possit.

(III, 432 – 436)

Ingenuo, che stai a cercar di afferrare un’immagine fugace? Quello che brami non esiste; quello che ami, se ti volti, lo fai svanire. Questa che scorgi è l’ombra, il riflesso della tua figura. Non ha nulla di suo quest’immagine; con te è venuta e con te rimane; con te se ne andrebbe, se tu riuscissi ad andartene!

E ancora Adone, il figlio di Mirra e del suo amore incestuoso, invano avvertito dall’amante Venere di stare alla larga dai feroci cinghiali, ferito a morte, viene tramutato in anemone dalla dea.

Anche Giacinto, ucciso per errore da Febo, che lo amava più di quanto avesse amato chiunque altro, viene trasformato in fiore, così il poeta può consolare il lettore:

Qua licet, aeternus tamen es, quotiensque repellit

ver hiemem Piscique Aries succede aquoso, 

tu totiens oreris viridique in caespite flores

(X, 164 – 166)

Comunque, tu ora sei felice in eterno (questo è stato possibile), e ogni volta che la primavera ricaccia l’inverno e l’Ariete succede ai pesci acquosi, ogni volta risorgi e rifiorisci sulla verde zolla.


Apollo e Dafne, Bernini

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