Che cosa hanno in comune gli alberi e i rizomi, ovvero le radici delle patate, con Umberto Eco? A prima vista, non molto. Tuttavia, gran parte della produzione di Umberto Eco è stata indirizzata verso uno scopo peculiare, ovvero sostenere che i rizomi sono di gran lunga migliori degli alberi. Possiamo considerare la semantica, intesa in senso molto generale, senza preoccuparci delle distinzioni che si possono ritrovare al suo interno, come il contesto che fa da sfondo a questa particolare querelle vegetale.

Prima però di iniziare a parlare di alberi e radici di tuberi, dobbiamo fare un piccolo passo indietro nel tempo, ed arrivare alla prima metà del secolo scorso, quando in Europa, all’interno della linguistica strutturale, si sviluppò la fonologia. Questa permise una classificazione precisa ed economica dei fonemi delle lingue. I fonemi sono quelle unità con valenza distintiva: con un esempio molto semplice, /g/ ed /m/ sono fonemi in italiano perché possono distinguere, ad esempio, tra gatto e matto, tra gare e mare. La grande conquista del secolo scorso fu, appunto, la classificazioni di queste piccole ma importantissime unità attraverso un sistema abbastanza semplice di tratti distintivi. Un elemento distintivo può essere il tratto di sonorità: /p/ e /b/, ad esempio, sono del tutto uguali per modo di articolazione senonché la seconda presenta un tratto di sonorità (ce ne accorgiamo anche intuitivamente notando che la nostra gola vibra un poco quando pronunciamo la b) e la prima no. L’intenzione di base era quindi, a partire dal materiale sensibile della lingua in tutta la sua complessità (pensiamo solo a tutte le differenze di pronuncia che riscontriamo in Italia!), pervenire ad un inventario limitato di tratti che potessero rendere conto compiutamente della differenza tra le unità fonemiche. A livello astratto, possiamo pensare ai fonemi come tratti di differenze, unità puramente relazionali che, nella lingua concreta, si incarnano in una gran quantità di esecuzioni diverse.

Molto bene, siamo ora capaci di rendere conto in maniera abbastanza elegante del piano “sensibile” della lingua (i suoni), di quello cioè che possiamo chiamare il piano dell’espressione. Tuttavia, I linguaggi hanno anche un altro piano, ovvero quello del contenuto, quello dei significati. A questo punto, visti i successi della fonologia, si pensò bene di studiare il piano del contenuto basandosi sullo stesso principio classificatorio del piano dell’espressione. La cosiddetta semantica strutturale, o componenziale, o a tratti che dir si voglia, cercò quindi di risolvere il problema dell’organizzazione del contenuto andando a cercare un inventario limitato di quelli che potremmo chiamare primitivi (Hjelmslev, un linguista danese, li chiamava figure del contenuto, controparte dei fonemi) per dare ragione di una gran quantità di termini: si intende quindi il significato come un insieme di proprietà che riesca a definire in maniera univoca un termine distinguendolo dagli altri. Una cosa del genere, insomma:

Ovino

Suino

Bovino

Umano

Maschio

Montone

Porco

Toro

Uomo

Femmina

Pecora

Scrofa

Vacca

Donna

Ora, una tale organizzazione ci permette di spiegare una serie di fenomeni semantici, quali sinonimia e parafrasi (un porco è un suino maschio), antinomia (uomo e donna sono antonimi). Tuttavia, sono subito evidenti tutta una serie di problemi: in primo luogo i termini primitivi, quelli cui si delega il compito di definire gli altri sono dati, ma abbisognerebbero anche loro di una definizione. In secondo luogo, davvero il significato di pecora è limitato all’essere un ovino femmina? E inoltre, da che cosa dipende la selezione delle figure e, cosa più importante, il restringimento del loro inventario per arrivare ad un insieme finito?

Bisognerebbe trovare un insieme di primitivi che, in virtù di relazioni sistematiche, non possano che costituire un insieme finito.

Ed è qui che entrano in gioco gli alberi e i rizomi.

Ora, un buon metodo di organizzazione sistematica di termini ci può essere offerto dalla lessicografia, o dalle scienze naturali, che usano strutture arborescenti basate in primo luogo su rapporti di iponimia/iperonimia (cavallo è iponimo di equino, che è, a sua volta, iperonimo di cavallo. Equino può poi essere considerato iponimo di mammifero, e così via). Si tratta di strutture gerarchiche che, ad un certo numero di iponimi fanno corrispondere un solo iperonimo, in modo tale che i termini possano venire definiti con un certo rigore e senza ambiguità.

Possiamo quindi mutare forma alla nostra tabella e convertirla in un albero del genere:

eco1

A questo stadio però, notiamo subito dei problemi. In primo luogo, l’albero non mi permette di distinguere tra una pecora ed un montone, perché sono entrambi animali ed entrambi ovini. Le cose paiono migliorare se inserisco, sia per i bovini che per gli ovini, la differenza tra maschile e femminile, presente già in tabella. Arriviamo quindi a questo piccolo albero:

eco2

Sembrerebbe quindi che fossimo pervenuti ad una sistemazione soddisfacente (a parte che l’albero non mi dice ancora che cosa sia un ovino, o un bovino); se volessi ampliare il mio albero, potrei inserire nuovi nodi e, all’occorrenza, moltiplicare a piacimento le differenze (per completare l’esempio in tabella, per esempio, dovrei utilizzare ancora la differenza maschile/femminile) tuttavia, ci sono delle problematiche molto pressanti cui dobbiamo volgere la nostra attenzione. Il punto è che, come insegna Eco, questo sembra un albero, ma in realtà non lo è, perché non è più una struttura che possa dirsi finita: in primis, l’albero non è più retto da relazioni verticali che da iponimi vanno a iperonimi, cosicché diviene impossibile stabilire, nel nostro caso, che se qualcosa è femminile, allora è sicuramente un ovino, e che se qualcosa è femminile è sicuramente umano; non c’è criterio che ci possa dire quanto l’albero si potrà ingrandire, ai lati, verso l’alto o verso il basso. In secondo luogo, in conseguenza della mancata relazione di iponimia/iperonimia l’albero, in effetti, può essere riorganizzato a piacere a partire dalle diverse differenze che lo costituiscono. Ad esempio:

eco3

Quindi, come dice Eco, “ [Le differenze] possono essere riorganizzate di continuo secondo la descrizione sotto la quale un dato soggetto è considerato. L’albero è una struttura sensibile ai contesti, non un dizionario assoluto” (Semiotica e filosofia del linguaggio, p. 103). L’albero, da solida struttura composta da un numero limitato di elementi, si dissolve in un rizoma, in una specie di rete in cui un singolo elemento può essere messo in relazione con una pluralità di altri elementi. Non possiamo osservare la rete nella sua totalità, perché non è una struttura finita, tuttavia possiamo esplorarla localmente attraverso diversi percorsi, che ci permettono di legare un termine ora ad uno, ora ad un altro termine.

Con Eco, quindi, il paradigma strutturale, che tanta influenza aveva avuto nella prima metà del secolo scorso, si incrina: l’attenzione passa dalla “scomposizione”, dall’analisi in componenti sempre più piccole all’interazione tra le varie parti, dall’attenzione alla “struttura” di un oggetto all’interpretazione dello stesso.

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